Durante la conferenza fOSSa 2010 a Grenoble, diversi relatori hanno spiegato quanto e come come il Software Libero/Open Source (FOSS in inglese) sia importante in due campi fondamentali e strettamente legati fra loro per il futuro della nostra società: educazione e sostenibilità ambientale. Questa è una sintesi dei punti più importanti di quelle presentazioni.

L’educazione? Ha bisogno di Software Libero, ma anche di cambiare!

Marc Humbert e Jean-Philippe Rennard hanno spiegato come la Scuola di Management di Grenoble (GEM) usa l’ambiente didattico Moodle per offrire corsi su vari argomenti, sia frontali sia a distanza e per produrre materiali didattici aperti (Open Courseware in inglese) (come fa in Italia, anche se in modo che crea problemi a chi usa Software Libero, l’Università Federico II di Napoli con il portale Federica e la sua “piramide magica”).

I corsi con Moodle stanno funzionando, ma i relatori hanno spiegato che non è stato facile introdurre strumenti del genere in una scuola di gestione aziendale che vede quasi soltanto Microsoft (“nessuno conosce OpenOffice nelle aziende, che vogliono assumere gente operativa subito, cioè già capace di usare Excel o Word”), e che stanno ancora studiando come espandere l’intero programma e mantenerlo economicamente autosufficiente. Franco Iacomella e Wouter Tebbens hanno fatto il punto sulla Free Technology Academy, che ha problemi simili a quelli dei corsi Moodle ma buone prospettive per l’anno accademico 20102011 (per saperne di più potete leggere questa mia intervista a Tebbens in italiano).

Mentre parlava del progetto Mancoosi, Roberto Di Cosmo ha osservato che, a differenza degli studenti di ingegneria civile, che non possono certo smontare i ponti veri più avanzati del mondo per vedere come sono fatti e imparare a costruirne di migliori, chi studia programmazione è molto più fortunato, almeno in teoria. Gli aspiranti programmatori e ingegneri informatici possono, in effetti, smontare e provare a rompere o modificare lo stesso software che già migliaia di Pubbliche Amministrazioni e grandi aziende usano ogni giorno per le loro attività più importanti.

Questo però è vero solo per quei programmi il cui codice sorgente è liberamente accessibile a tutti per qualsiasi uso, cioè solo con il Software Libero! Pertanto, dice Di Cosmo, è essenziale sia dare a chi studia quelle materie questa possibilità, cioè introdurre il Software Libero in tutti i programmi di informatica (vedi qui per un esempio da Bologna), sia introdurre il Software Libero e il lavoro collaborativo in tutti i rami dell’Accademia.

Di Cosmo ha presentato anche un Corso di Software Libero che è aperto a tutti gli studenti… tranne a quelli di informatica, tenuto a Parigi da Ralf Treinen fin dal 2007. La prima parte di quel corso (8 settimane) presenta i concetti di base, dai fondamenti dell’informatica alla filosofia del Software Libero e ai modelli di business che ne derivano, mentre nella seconda parte gli studenti devono svolgere una piccola ricerca su qualche argomento legato al Software Libero.

Gilles Dowek partendo dall’asserzione che “per quanto riguarda l’informatica, la Francia è un paese sottosviluppato” (ma l’Italia non sta certo meglio, aggiungo io), ha proposto un piano in tre fasi per insegnare l’informatica nelle scuole. I bambini dai 6 ai 12 anni dovrebbero imparare come usare programmi per comunicare, studiare e usare Internet. Gli studenti da 13 a 18 anni dovrebbero imparare a scrivere programmi, mentre all’Università si dovrebbero studiare le basi teoriche dell’informatica (macchine di Turing eccetera). Inoltre, in tutte le fasi dovrebbe sempre esserci equilibrio fra i quattro concetti base dell’informatica: algoritmi, hardware e reti, linguaggi, informazioni. Il principio fondamentale, dice Dowek, è ”/imparare (con Software Libero, ovviamente) concetti e come programmare computers rende in gamba, imparare a cliccare su dei pulsanti no”. Da questo Dowek conclude che, poiché alle aziende fa piacere avere impiegati in gamba e il Software Libero rende più in gamba, chi lo insegna dovrebbe ricevere più aiuti dalle aziende. Ho scritto quel che ne penso in un altro articolo.

Educare all’informatica verde, o a essere verdi con l’informatica?

Francois Letellier ha contribuito con una panoramica sull’enorme impatto ambientale di tecnologie e servizi digitali e su come usare il Software Libero per ridurlo. Per dare un’idea delle dimensioni del problema, Letellier ha spiegato che:

  • l’impatto ambientale (in termini di CO2 prodotta) dei computer e delle infrastrutture che servono per creare e usare un avatar di Second Life è pari a quello di un Brasiliano medio reale
  • ridurre il consumo energetico dei dispositivi elettronici è solo una piccola parte della soluzione, perchè si consuma molta più energia per fabbricare un qualsiasi dispositivo elettronico che per usarlo: per esempio, dice Letellier, fabbricare un computer da tavolo in Cina produce 24 volte più gas a effetto serra che usarlo in Francia per un anno (ma pochissimi computer vengono usati più di 56 anni. Ecco perchè è così importante il trashware!)
  • parte del problema sta nell’inefficienza del software: Microsoft Vista e Office 2010 consumano settanta volte più risorse, per fare praticamente le stesse cose, di Windows 98 e Office 97

Letellier sostiene anche in questo periodo si fa e si studia quasi soltanto quella che lui chiama “Informatica Verde 1.0”, cioè ridurre l’impronta ecologica dei computer. Questo però, secondo lui, risolve solo il 2% del problema (e personalmente, pensando a quanta carta si produce in più negli uffici da quando vi sono entrati i computer, come non dargli ragione?). L’altro 98% della soluzione sta nel passare all’“Informatica Verde 2.0”, che consiste nel riformare dalle basi la nostra idea di informatica e telecomunicazioni, e soprattutto nell’usarle su larga scala per rendere molto più verdi tutte le altre attività umane.

In pratica, conclude Letellier, è impossibile passare a questa fase 2 senza usare il Software Libero. La soluzione che propone include, fra le altre cose:

  • aumentare la vita media dell’hardware e il suo riuso: questo è possibile solo col Software Libero, se non altro perché molte licenze di software proprietario NON sono legalmente trasferibili quando il computer che lo contiene viene regalato o venduto a un nuovo utente
  • ridurre la proliferazione nei programmi software di funzioni aggiunte solo per vendere o comunque inutili per la gran parte degli utenti (per la cronaca, questo è uno dei motivi per cui anni fa io e altri abbiamo fondato il progetto RULE, NdR)
  • virtualizzazione dell’hardware, una tecnica nata e diventata di massa grazie al Software Libero

Personalmente sono un po’ stanco di veder definire “2.0” qualunque cosa, e nemmeno mi piace tanto la virtualizzazione dell’hardware, sia per i motivi che ha spiegato Eben Moglen all’Open World Forum sia per altri che spiegherò un’altra volta. Detto questo, le proposte di Letellier sono estremamente sensate e per me non c’è dubbio che questa transizione all’“Informatica Verde 2.0”, per mancanza di un nome migliore, debba diventare parte dell’educazione moderna. Ma perché questo avvenga è necessario che più scuole e Università possibile assumano un ruolo attivo, all’avanguardia, invece di promuovere software che crea dipendenze come la cocaina.