Open Data e OpenStreetMap, ora tocca a tutti voi usarli

 

Per chiunque tiene alla buona salute, in tutti i sensi possibili, dei territori in cui vive o lavora, Internet e smartphone sono una manna dal cielo. Con uno smartphone in tasca puoi, in qualsiasi momento, documentare e denunciare soprusi di pubblici ufficiali, “adottare” amministratore locali e documentarne l’attività, o anche mappare discariche abusive. Internet e smartphone sono una manna dal cielo, dicevamo. O almeno potrebbero. In pratica tutto questo non avviene ancora, per diversi motivi.

Non siamo bit

Il più importante, forse, è il fatto i clic non bastano. Certo, cyberspazio e social network non sono mondi virtuali e separati, ma parti sempre più concrete del mondo reale, che è uno solo. Ma è ancora più vero che a chiudercisi dentro non si combina niente. In generale, ma ancora di più oggi in Italia. A un certo punto bisogna portare il sedere in strada, anche solo per documentare come stanno le cose.

Imparare? Perché?

Un altro motivo di primo piano è certo, scusate ma va detto, l’ignoranza. Non parlo qui dell’analfabetismo funzionale, che pure è un problema, ma proprio e solo dell’ignoranza delle vere possibilità della tecnologia digitale. Sono ancora troppi gli italiani per cui lo smartphone è solo un fermacarte che “fa” pure Facebook e Whatsapp (Occhio! Qui cito quei due servizi solo perché sono gli unici che troppi italiani sanno, o peggio vogliono usare oggi, ma il discorso vale per tutti gli altri dello stesso genere).

Fuori dalle bolle!

Poi c’è quella che in Inglese chiamano “filter bubble”. Facebook c’è anche chi lo sa usare e ci sta facendo da un pezzo ottime cose per la difesa e promozione del proprio territorio. Tanto di cappello. Però Facebook non deve e non può bastare per almeno un motivo, a parte il fatto che potrebbe chiudere account e pagine a suo arbitrio, in qualsiasi momento, per qualsiasi segnalazione.

Per sopravvivere Facebook deve, in un certo senso, chiudere ognuno di noi in una bolla separata. Se cambiate canale TV molto più spesso di quanto “uscite” da Facebook è proprio perché i canali TV non cambiano programmazione in base al vostro umore del momento.

Solo filtrando e “lasciandoci” filtrare le cose che (non) ci piacciono Facebook può conoscerci meglio, per esempio per proporre pubblicità più efficace, e “farci contenti”, cioè farci stare più tempo possibile, ogni giorno, nelle sue pagine. Speculazioni? Leggetevi questo e poi rileggetevelo, magari sostituendo “emozioni” con “intenzioni di voto”. Capito il punto? Alla lunga, in queste condizioni, quanto puoi fare? Se ti fai o vedi solo domande scelte da altri, le risposte non contano.

Ognuno per sè, Internet per tutti. E invece no

L’altro e (per oggi) ultimo motivo, quello centrale di questo post, per cui Internet e smartphone non hanno ancora l’effetto civico che potrebbero avere è la frammentazione. Non parlo di comunicazione, parlo di condivisione efficace di dati e risultati. La fede mistica in Internet come strumento di questo tipo è seriamente mal riposta.

Troppe persone di buona volontà, pur estremamente competenti nel loro campo, ancora usano Internet per creare e diffondere l’equivalente digitale di fogli di carta scritti a mano e male, cioè non riutilizzabili. Anche quando vogliono farlo, o credono di farlo, in realtà non pubblicano affatto online quello che vogliono far sapere nella maniera giusta. E meno ancora chiedono che quanto gli serve venga pubblicato online nella stessa maniera. È anche per questo che i pochi che hanno l’opportunità e il coraggio per fare qualcosa in situazioni drammatiche, a volte sono rimasti soli, fino a morirne, come Michele Liguori.

La maniera giusta per la difesa e la promozione del proprio territorio è innanzitutto pretendere e pubblicare online dati che siano davvero legalmente e tecnicamente riutilizzabili, senza perdere tempo, da chiunque, in qualsiasi modo: anche (soprattutto) da chi non faceva parte del progetto originale, e vorrebbe riutilizzare quei dati, insieme ad altri, per altri scopi. L’altro è associare sempre, se possibile, i dati al territorio, cioè visualizzarli su una mappa, perché così acquistano molto più significato e valore. A patto che anche la mappa sia ugualmente riutilizzabile, mica come Google Maps.

Qualche esempio e due domande

L’anno scorso dei ragazzi mi hanno mostrato con orgoglio il loro libro autopubblicato, con tanto di elaborazioni di Google Maps, di tutte le loro ricerche e denunce sull’abbandono del loro quartiere. Mi è dispiaciuto molto fargli notare che qualsiasi assessore infastidito dal libro potrebbe farlo sparire semplicemente segnalandolo pubblicamente a Google. Che allora inevitabilmente, per principio, gli dovrebbe dire “ritirate tutte le copie o vi mando falliti per spese legali, denunciandovi per violazione di copyright delle MIE mappe”. Ah, se quei ragazzi avessero saputo di OpenStreetMap

Altri esempi di quel che voglio dire sono i limiti di “Salviamo il Paesaggio”, o queste tre mappe delle discariche abusive: l’argomento è lo stesso ma, ammesso che sia legale, quanto è facile scaricare, confrontare o caricare i dati di una nell’altra? Ancora peggio: quanta fatica dovreste fare per confrontarli con altri dati sulle stesse aree, dai tumori alle attività economiche ai partiti al governo in ogni Comune? Oppure per confrontare una mappa degli agriturismi con i trasporti pubblici locali per raggiungerli?

Riassumendo:

  • perché, se l’obiettivo è comune, ogni volta si deve ricominciare da capo, o mettere a rischio il proprio lavoro?
  • Internet e smartphone non servono quasi a niente se non li usiamo per risparmiare tempo e fatica dove serve: cioè nella produzione e condivisione dal basso, collaborativa, non di post e “Mi Piace” ma di dati, su OpenStreetMap e non. In modo che siano davvero riutilizzabili anche da chi verrà dopo di noi, o già conduce battaglie diverse ma con lo stesso spirito

Tutto questo viene normalmente chiamato Open Data. Farlo tutti insieme è molto, ma molto più facile di quanto state pensando (*), ma ancora lo stanno facendo solo i “superesperti”. È ora che diventi un fenomeno “di massa”, almeno fra chi è già attivo sul territorio. Ma dovete essere voi a volerlo, non quegli esperti.

(*) Disclaimer: fra le tante cose che faccio, c’è anche e proprio la formazione su questi temi, ma per loro stessa natura non ne ho certo l’esclusiva. Imparate come e da chi volete, basta che certe cose iniziate a farle.

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