Moltissimi Italiani stanno scoprendo che esiste la privacy non grazie ai resoconti di inchieste e audizioni parlamentari, ma per gli annunci di una catastrofe epocale che sta per abbattersi sulle famiglie italiane. Una catastrofe di cui forse non hanno nemmeno ancora realizzato tutte le implicazioni.

La “catastrofe” in arrivo è il fatto che, come conseguenza del nuovo regolamento europeo su privacy e dati personali chiamato GDPR, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio, WhatsApp ha alzato l’età minima per utilizzare il suo servizio da 13 a 16 anni.

Va senza dire che adolescenti, preadolescenti e genitori italiani, ormai abituati a utilizzare e far utilizzare intensamente WhatsApp dagli 11 anni in poi, se ne fregheranno altamente di questa restrizione. Soprattutto perché, come giustamente nota questo articolo di La Stampa (*):

“Resta ancora da capire, però, come WhatsApp verificherà che le persone dichiarino il vero; soprattutto perché non sarà richiesto di presentare documenti d’identità o altro.”

E qui viene la parte interessante. Perché ci sono parecchi casi in cui, invece, è facilissimo “verificare che le persone dichiarino il vero”. Basta che lo faccia la persona giusta, forse la prima che dovrebbe farlo, senza aspettare o chiamare in causa WhatsApp.

WhatsApp? Con le nuove regole non è "vietato" SOLO agli under 16 /img/whatsapp-nella-scuola.jpg

Vietare WhatsApp sotto i 16 anni, infatti, ha la conseguenza interessante che chiama in causa qualsiasi educatore. Se insegnare anche a rispettare le regole è parte della tua “missione” di principio, se non dei tuoi obblighi di legge, non puoi usare WhatsApp per comunicare con “educandi” che sai per certo avere meno di 16 anni.

Per capirci, anche se quelle ovviamente sarebbero violazioni più gravi, vale lo stesso discorso di massima di fumo e alcolici. Personalmente, un adulto può bere e fumare quanto gli pare, ma passare sigarette o shottini a minorenni che gli sono stati affidati no, almeno nei contesti in cui è ufficialmente responsabile di quei minori. Qualunque cosa pensino in proposito quell’adulto, quei minori e i loro genitori.

E tutto questo discorso vale in primo luogo per gli insegnanti che usano WhatsApp per comunicare con i loro alunni, anche se dal contratto della scuola dovessero sparire le “norme anti contatti socials. Ma, se non per principio come fonte di possibili rogne, vale anche per allenatori di calcetto, o qualunque altro responsabile di attività extrascolastiche destinate ad under 16.

Sarà interessante vedere come reagiranno le scuole, che come qualsiasi altra istituzione devono adeguarsi all’arrivo del GDPR. Fregarsene ufficialmente, del GDPR, non potranno certo farlo. Quindi non potranno nè scrivere che i docenti possono usare WhatsApp come canale per comunicazioni didattiche con studenti minori di 16 anni, nè difenderli nel caso che qualcuno dovesse piantare grane. Insomma, è la stessa “bomba a tempo” che c’è da anni per scuole e Facebook, cioè fra scuole e il proprietario di WhatsApp (*).

(*) L’annuncio ufficiale di WhatsApp, incluso il fatto che oggi no ma “in futuro vogliamo collaborare in maniera più stretta con le altre aziende di Facebook” è qui