DDL su neutralità della Rete e software aperto: hmmm...

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(interessante aggiunta fatta il 2/2/2018, vedi in fondo…)

Il 16 aprile 2009, nel corso dell’incontro Libertà di rete. Libertà di software, sono state presentate le proposte del Pd per la neutralità della rete (“fondamentale per garantire a tutti democrazia e saperi”), concretizzate in una proposta di Disegno di Legge che era stata annunciata su Internet qualche settimana prima. Già il 4 aprile 2009, infatti, avevo pubblicato alcuni commenti e suggerimenti a quella prima versione del DDL.

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Nello stesso periodo i Senatori Vita e Vimercati del PD aprirono anche un apposito blog e poi un un altro sito (wiki) per “discutere e modificare il testo del DDL direttamente con coloro che usano il web quotidianamente”, pienamente in linea con lo spirito di Internet. A quella discussione ho partecipato anch’io, proponendo varie modifiche al testo fra maggio e luglio 2009, poi a causa di altri impegni non ho più potuto seguire l’argomento fino al 27 gennaio 2010.

Quel giorno, avendo letto che era finalmente partito l’iter in Senato di quel disegno di legge, ho subito scaricato il testo aggiornato e… ci ho trovato un paio di sorprese poco piacevoli.

Come potete vedere nei commenti che ho pubblicato ad aprile 2009 sulla versione allora disponibile mettevo subito l’accento sul fatto che fra le finalità generali ce ne era una particolarmente importante:

b. garantire i nuovi diritti di cittadinanza attiva e il loro pieno e consapevole esercizio da parte della collettività al fine di rafforzare la partecipazione e il processo decisionale democratico;

perché garantire davvero a tutti una cittadinanza attiva e “rafforzare la partecipazione e il processo decisionale democratico” è una delle opportunità più grandi e importanti che Internet può offrirci. Se non ne siete convinti, leggetevi i punti 5 e 10 della Guida a come sprecare Internet, o i motivi per cui la TV dovremmo tutti vederla su un computer.

La prima sorpresa è che quel punto b) è assente dal DDL effettivamente presentato in Senato. In effetti, pare che non sia mai stato nemmeno nella prima versione del DDL caricata sul wiki. Sì, quando ho iniziato a lavorarci avevo notato che “c’erano già parecchie aggiunte rispetto alla versione che avevo commentato sul mio sito” però, forse proprio per quello questa particolare modifica mi è sfuggita, o forse l’ho anche vista, però non ne ho afferrato subito l’importanza, altrimenti quello che sto per scrivere l’avrei detto mesi prima. Mea culpa!

Quella cancellazione non è da poco. Gli obiettivi rimasti (neutralità nelle condizioni d’accesso, abbattimento del divario digitale, promozione di software e formati aperti) sono comunque pienamente condivisibili, ma senza la volontà esplicita di garantire cittadinanza attiva e partecipazione, ciò che rimane è molto meno Internet e molto più TV. In fondo, il puro e semplice accesso uguale per tutti alle “fonti di informazione”, incluse pubblicità e reality show, è quello che ci dà già da decenni qualsiasi televisore. Peccato, non trovate?

Chi può decidere quali alfabeti si possono usare?

I formati dei file sono come alfabeti e i programmi software come penne. Chiunque può leggere una lettera scritta con una penna costosissima e brevettata, perchè l’alfabeto è libero. Per lo stesso motivo, se il formato di un file è completamente noto e utilizzabile da tutti, quel file è accessibile a tutti, anche se è stato creato con un programma segreto e costosissimo. Per questo avevo scritto ad aprile 2009:

Il vero pluralismo informatico, per definizione, è quello che… si realizza soprattutto insistendo sull’uso esclusivo, per quanto riguarda le Pubbliche Amministrazioni e i loro rapporti con l’esterno, di formati di file e protocolli di comunicazione realmente aperti.

e sempre per questo avevo raccomandato di modificare gli articoli del DDL per cui Amministrazioni e Università pubbliche “sono tenute ad accettare e trattare i documenti consegnati, anche in via telematica, da cittadini, imprese e altri soggetti, in qualunque formato gli stessi siano prodotti”. A maggio 2009 avevo spiegato chiaramente che bastava lasciare quella frase com’è per vanificare tante buone intenzioni. Dover accettare qualunque formato significa ritrovarsi costretti a pagare per chissà quanti anni, con denaro pubblico, acquisto e manutenzione di chissà quanto software proprietario e documenti non standard (cioè che diventeranno sicuramente illeggibili prima o poi!) se anche un solo cittadino o azienda su 1000 si rifiuta di passare a formati aperti.

Risultato? Otto mesi dopo, gli articoli 9, comma 3 e 12, comma 3 della versione del DDL sul sito del Senato continuano a dire che Amministrazioni e Università Pubbliche devono accettare e saper trattare documenti in qualunque formato gli stessi siano prodotti.

Se sapete programmare abbastanza da creare un nuovo word processor con un formato di file segreto, fatelo subito e mettetelo in vendita a un milione di Euro a copia. Se quel DDL passa così com’è, vi basterà mandare gli auguri di Natale in quel formato a tutte le PA italiane per costringerle a comprare il vostro programma, visto che dovranno saper aprire il vostro file. Altro che Bill Gates.

Nota aggiunta il 2/2/2018

Questo tema è tornato di grandissima attualità dopo le decisioni prese negli Stati Uniti a dicembre 2017. L’immagine in alto è presa da questo articolo del 2009 che a sua volta riprende (OK, copia) l’intervista originale a Vincenzo Vita, fatta da Punto Informatico. Nel 2018, e sotto elezioni, è interessante dare un’occhiata a quell’immagine, per vedere chi già nel 2009 si occupava di questi temi.

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