Rottamare il software? Sì, ma solo se lo si fa bene!

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L’industria informatica italiana è in crisi nera. Il 10 marzo 2010 l’Assinform, associazione delle principali industrie di settore, ha anticipato che nel 2010 si rischia di perdere 8000 posti di lavoro dopo i 16000 del 2009. Una delle soluzioni proposte da Assinform è rottamare il software come le automobili, cioè sostituire programmi vecchi che ormai non funzionano più bene con altri nuovi, grazie a qualche tipo di sconto. A prima vista questa è un’idea balorda, o come minimo inutile, per i motivi che vi spiegherò fra un istante. Però forse potrebbe esserci del buono, come vedrete nell’ultimo paragrafo.

Gli incentivi alla rottamazione software servono a poco…

Secondo Punto Informatico, Pc Professionale e Nebenet Paolo Angelucci, presidente di Assinform, ha spiegato che, essendo l’intervento umano nella produzione di software due volte e mezzo più grande che nella produzione di auto:

“ogni euro di contributo all’informatica migliora i livelli occupazionali due volte e mezzo di più degli stessi contributi al settore auto. Nel nostro caso non si tratterebbe di semplici incentivi ai consumi, ma di un sostegno al consumo di risorse umane, con ricadute importanti in termini occupazionali e di produttività per l’intero settore”

Sentir parlare di risorse umane come qualcosa da “consumare” come carta igienica o hamburger mi deprime parecchio. Il passaggio comunque è prezioso perchè fotografa gli schemi mentali di tanti dirigenti in questo e altri settori, cioè una delle molte ragioni per cui le cose vanno male. Ma divago, torniamo al punto. Per Angelucci “incentivare la rottamazione dei software obsoleti, da sostituire con applicazioni evolute tarate sulle esigenze delle imprese del Made in Italy, sarebbe un segnale nella direzione giusta”.

Sicuri? Molto spesso, se aziende o enti pubblici (perchè è quello il mercato che vuole Assinform) non comprano più software non è certo per mancanza di incentivi o altri sconti. È perché o non gli serve nuovo software, visto che quello che hanno fa già tutto quel che occorre, oppure perché non hanno più soldi nè lavoro, per via della crisi, che c’è di suo e di rado li ha raggiunti perché… usavano software obsoleto. Oltre a questo, quali garanzie ci sono che le grandi aziende di Assinform farebbero sviluppare quelle “applicazioni evolute” in Italia, da programmatori italiani? Il software prodotto all’estero costa ancora meno di altre produzioni delocalizzate, perché quando è pronto basta spedire un file via Internet, mica devi riempire un container.

…a meno che…

Sostituire un programma con la sua versione più recente, cioè continuare a fare le stesse cose di prima in una finestra del computer con la cornicetta rinnovata non risolve granchè. Però, a pensarci bene, forse c’è un modo di “rottamare” software che potrebbe dare parecchio lavoro ai programmatori italiani facendo risparmiare a clienti e contribuenti molto più degli incentivi. Basterebbe che il governo dicesse “al massimo fra 23 anni nessuna Pubblica Amministrazione, per nessun motivo, potrà più accettare, produrre, conservare o distribuire nuovi documenti digitali in formati non aperti, visti i loro enormi svantaggi, oppure usare protocolli informatici proprietari”.

I formati dei file di Microsoft Office non sono aperti (lo dice lo Stato italiano, mica io!), nè lo sono quelli di tanti altri programmi oggi usati nelle Pubbliche Amministrazioni (PA). Probabilmente un discorso del genere non è entusiasmante per alcuni soci dell’Assinform come Microsoft, che in effetti già nel 2007 raccomandava di “riconoscere senza pregiudiziali la validità di tutti gli standard tecnici presenti sul mercato”. Ma questa è la solita “neutralità a livello dei formati dei file” di cui parla Microsoft, di cui ho già spiegato i limiti.

Pregiudizi? Imporre l’obbligo di cui sopra alle PA significa imporlo a chiunque deve avere rapporti con loro. Certo, farlo provocherebbe un terremoto, ma con effetti benefici almeno a medio/lungo termine, sia per i programmatori italiani che per tutta l’economia in generale.

Perché l’obbligo di usare solo formati e protocolli aperti non creerebbe soltanto una quantità di lavoro enorme (vero, non di rendita), visto che oggi vengono usati così poco. Per loro stessa natura, essi permetterebbero a tutte le aziende informatiche, anche piccole, di competere ad armi pari senza pagare royalty all’estero, e agli utenti pubblici e privati di usare il software che gli serve davvero, non quello che qualcun altro vuole vendere. Ben venga quindi la rottamazione, ma solo se gli incentivi verranno concessi solo a chi smetterà di usare software per produrre documenti in formati proprietari!

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