Perchè è difficile sapere quanto vivono veramente gli Italiani?

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Il professor Bardi, docente di chimica fisica presso l’università di Firenze, sostiene che a partire dal 2003 c’è stato un crollo impressionante dell’aspettativa nazionale di vita sana, cioè di quanto a lungo gli Italiani vivono in assenza di malattie, e si chiede quindi: quanto vivono veramente gli Italiani?

Personalmente non ho alcuna risposta a questa domanda e non ho alcuna competenza specifica per fornirla, o per validare la correttezza della tesi di partenza. Se è questo che cercate, leggete direttamente quell’articolo e gli altri di Pardi sullo stesso tema. L’unico motivo per cui ne parlo qui è perché quell’articolo fornisce un esempio perfetto di un problema generale, importante per tutti i cittadini, su cui sto lavorando in questo periodo.

Bardi potrebbe avere assolutamente ragione. Oppure, per quanto ne so io, potrebbe anche, per mille motivi, avere disegnato un grafico completamente sballato. Io non penso nulla del genere, lo dico solo per spiegare meglio quanto segue. In una nota all’articolo, Pardi scrive che:

“è poi vero che l’aspettativa di vita alla nascita in Italia continua ad aumentare?… [io] non so a chi dare credito fra CIA e ISTAT, però noto una cosa preoccupante nella tabella ISTAT: i dati sono definiti come stimati, senza ulteriori spiegazioni. Dal che, deduco che sono estrapolazioni ma non dati sperimentali. In effetti, EUROSTAT lascia caselle bianche per i dati sull’aspettativa di vita in Italia dal 2008 al 2010… Cosa è successo che ha fatto sparire i dati in Italia?”

Se è vero che gli Italiani vivono meno e si ammalano di più è una cosa gravissima su cui bisogna agire subito. Se non è vero, meglio, ma deve essere evidente a tutti, grazie a dati ufficiali.

Ed è proprio di questo che voglio parlare: Bardi potrebbe aver ragione o torto, ma perché lui, o qualsiasi esperto che volesse verificare la fondatezza di quel suo grafico, non deve avere a disposizione su Internet dati ufficiali completi e aggiornati?

L’ISTAT è (dichiarazione ufficiale dell’Istituto) “un ente di ricerca pubblico… principale produttore di statistica ufficiale a supporto dei cittadini e dei decisori pubblici.”

I dati di cui parliamo sono dati pubblici composti da semplici numeri e date la cui diffusione non presenta alcun problema di privacy. L’ISTAT è un ente pubblico, pagato dai contribuenti per fare il loro interesse. E oggi ci sono i computer e Internet, che permettono di pubblicare quel che si vuole online al minor costo possibile, magari automaticamente. Allora perché deve esserci quest’incertezza? Se quei dati sono stati già raccolti, allora devono essere pubblicati su Internet. Se la raccolta non è ancora stata fatta, magari semplicemente perché mancavano i fondi, allora come minimo su Internet e nelle tabelle, nello stesso posto in cui si dice che certi numeri sono solo stime, se ne deve dichiarare esplicitamente il motivo. Tutto qui.

Questo dell’aspettativa di vita è solo un caso, anche se importantissimo. Il principio è assolutamente generale, come potete vedere dagli esempi concreti che ho già fatto sull’obesità infantile, la camminabilità delle città, la gestione dell’acqua o la manutenzione delle strade: fatta salva la privacy dei cittadini i dati pubblici, creati o usati dalle Pubbliche Amministrazioni per servire i cittadini, devono essere sempre pubblicati online, sia per aumentare la trasparenza delle istituzioni sia (vedi esempi) per risparmiare soldi pubblici e stimolare l’economia. La mancata publicazione deve diventare un’eccezione da giustificare pubblicamente con validi motivi.

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