Privacy online: occhio ai forum (e a tutto il resto)

 

I due paragrafi che seguono sono una brevissima sintesi dell’articolo Scrapers dig deep for data on the Web (“i copiatori del Web scavano in profondità per trovare dati”) appena uscito sull’edizione online del Wall Street Journal:

PatientsLikeMe.com è un sito su cui persone afflitte da malattie più o meno serie scambiano informazioni ed esperienze (spesso molto personali e delicate) con altri che hanno lo stesso problema. Lo scorso maggio gli amministratori del sito si sono accorti che uno degli utenti stava copiando tutti i messaggi di quei forum. Appena bloccato il copiatore, si sono accorti che era un incaricato di… Nielsen, la multinazionale che (cito dal loro sito) “da oltre 80 anni aiuta i suoi clienti a comprendere la complessità del mercato, a prendere decisioni o intraprendere azioni mirate, ad ottenere efficacia e produttività aumentando il fatturato e migliorando la redditività.”

Ovviamente la copiatura dei messaggi serviva a raccogliere informazioni per industrie farmaceutiche. Informazioni tanto più preziose perché in questo caso (a differenza dei sondaggi anonimi o fatti con il consenso esplicito di intervistati consapevoli) qui era facilissimo risalire all’identità di molti utenti del forum. Il risultato?

“Mi sento completamente profanato”, ha detto un utente di PatientsLikeMe.com che lo usava per parlare con altre persone che, come lui, soffrono di depressione. Sul forum usava uno pseudonimo, ma con un link… al suo blog, su cui usa il suo vero nome.

L’articolo del Wall Street Journal va avanti così per parecchie schermate, con molti altri dettagli interessantissimi. Se capite l’inglese leggetelo subito, altrimenti abbiate un po’ di pazienza: probabilmente fra 56 giorni i giornali “veri” si accorgeranno della cosa e pubblicheranno un estratto lungo o qualcosa del genere. Quando avverrà aggiungerò qui un link. Comunque il succo della storia è quello che ho riferito. Cosa ne ricaviamo? Ecco in ordine sparso alcune considerazioni banali ma vere:

  • questa è una violazione della privacy gravissima

  • in cui non c’entra niente Facebook

  • anche se nulla impedisce a Nielsen o ai suoi clienti di fare lo stesso scherzo anche su Facebook, per incrociare quanto trovato lì con quello che trovano su PatientsLikeMe.com, il club dei romanisti online o qualsiasi altra comunità della Rete

  • incrociare quei dati con altre tecniche di osservazione di quello che si fa online (tipo la firma digitale dei browser) è facilissimo e quasi automatico

  • Nielsen ha chiesto scusa e promesso che non lo farà più, ma chi può garantire che loro o qualcun altro non ci riproveranno il prossimo mese?

Conclusione: il cyberspazio non esiste, il buon senso sì (o almeno dovrebbe)

È ovvio che tutto questo non viene fatto per curiosità, ma per motivi estremamente concreti. Quello più comune è far apparire nei browser pubblicità talmente mirata che diventa difficilissimo resistervi, nel lungo periodo. E magari voi adesso vi starete chiedendo: perchè denuncia una cosa del genere se anche lui usa i banner? (*) Facile: perché la pubblicità generica come quella che c’è qui può essere per voi molto meno invadente e di fatto è un fastidio necessario, per mantenere in vita un sito indipendente che altrimenti dovrebbe smetterebbe di pubblicare contenuti originali.

Mentre la pubblicità fatta a partire da dati come quelli di cui sopra (cioè quelli che gli interessati stessi mettono online, non certo quelli ricavabili da terzi quando leggete questo o qualsiasi altro sito!!!), raccolti con i sistemi di cui sopra, è molto più “pericolosa” e può essere anche invadente nella vita reale, magari spedendovi a casa depliant o piazzisti. Soprattutto, dati di quel genere possono essere utilissimi per filtrare chi cerca lavoro o semplicemente per controllarlo a fini politici. E allora?

Non voglio certo dire che dovremmo tutti spegnere i computer e rinunciare a Internet, reti sociali e via dicendo, anzi! Questi sono tutti strumenti che, se usati come si deve, possono portare benefici notevoli a tutta la società. Questa storia ci ricorda semplicemente che, se da una parte certe forme di pubblicità online sono praticamente innocue e comunque un male necessario per avere più servizi possibile, il cyberspazio non esiste. Nel senso che tutto quello che voi fate o dite in un qualunque angolo “pubblico” della Rete (inclusi quelli apparentemente privati come certi forum) in realtà fa sempre parte dell’unico mondo reale che avete e dell’unica persona reale che siete. Con tutte le conseguenze del caso, magari quando non ci sarete più. Viva la Rete, ma senza dimenticare questo semplice fatto.

(*) Aggiornamento: i banner c’erano quando ho scritto questo pezzo, ma quando è arrivata la cookie law ho deciso di fare come Pasquale Ametrano

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