Open Government: le tante (micro) sfide di un movimento globale

 

Allora, ci sono 4 parlamentari, uno PD, uno FI, uno SEL e uno M5S. Il primo dice… Una barzelletta? No, la seconda parte dell’incontro del 20 marzo a Roma su “Open government: le sfide di un movimento globale”. Queste sono mie note personali e amichevoli provocazioni,

a complemento di questo resoconto più formale.

Citazioni citabili

Il filo conduttore dell’evento potrebbe essere stato “Open Government: quali sono i veri problemi e i posti migliori per combatterli?” Alcune delle cose più interessanti che ho sentito, sintetizzate e con miei commenti in corsivo:

  • Antonella Napolitano: la democrazia è debole
    • A volte chi fa davvero trasparenza e Open Government non li chiama in questo modo (e non sanno nemmeno, aggiungo io, che esistono certe possibilità)
  • Julia Keseru: negli USA noi (la Sunlight Foundation, NdR) stiamo lavorando sempre più a livello locale. Dalle amministrazioni locali stanno arrivando innovazioni stupefacenti
  • Carola Frediani: la privacy è fondamentale per avere la trasparenza, non è antitetica
  • Andrea Menapace: Open Government non deve significare sempre e solo tecnologia: in certi villaggi indiani scrivono regolarmente le spese pubbliche su un muro (e più tardi un assessore dal pubblico dirà che con i tagli di questi tempi il suo piccolo Comune aveva già deciso di tornare all’Albo Pretorio murale)
    • Non bisogna confondere “associazioni di categoria” con “società civile”. Farlo è uno degli errori più comuni nei programmi di Open Government
  • Ernesto Belisario: siamo ormai dal 2001 un paese di tipo federale, ma gli attuali piani Open Government nazionali non citano Regioni e altri enti locali, che producono o gestiscono il 70% dei dati. Solo ministeri e simili

Passando ai parlamentari…

A volte fuori tema, ma di cose giuste, interessanti e da sapere ne hanno dette tutti. Sempre sintetizzando in ordine sparso dai miei appunti:

  • On.le Sergio Boccadutri, SEL: va bene la partecipazione, va bene la trasparenza ma… Attualmente anche il Parlamento ha difficoltà di accesso ad alcuni dati, vedi il numero degli esodati dall’INPS. Non esistono convenzioni per accesso diretto ai dati di, per esempio, INPS, AIFA, ISS, ANAS, ISPRA… Da qui capiamo che l’accesso ai dati è fondamentale anche FRA organi dello stato
    • bisogna far capire alla gente che è meglio la banda larga che la parabola
    • il blocco del turnover dei dipendenti pubblici porta a scarsa conoscenza e uso di informatica delle “nuove” tecnologie”. Anche per i parlamentari. Andrebbero selezionati anche su queste conoscenze?
  • On.le Antonio Palmieri (FI) (che oltre ad aver detto queste qui sotto e altre cose molto interessanti, ha anche applicato a puntino quella tecnica “a ciclostile” che Jacopo Fo recentemente suggeriva ai cittadini Cinque Stelle di copiare):
    • il portale Open Data italiano è stato lanciato da governo di centrodestra. Questi sono temi di bene comune
    • killer application per rapporti con cittadini è la posta elettronica, che gestisco da me come la mia pagina facebook (ovviamente ignorando i troll) perché sono entrambe indelegabili (bravo!)
  • On.le Paolo Coppola (PD): nella Camera c’è tanto che è informatizzato, ma i processi sono ancora analogici
    • La mentalità è ancora che “distribuisco carta, e i bit solo dopo, e solo quando qualcuno li chiede”
  • On.le Massimo Artini (M5S) (al quale avrei tanto voluto fare questa domanda su M5S e Open Data e pure queste altre sullo stesso tema ma non c’è stato proprio tempo…):
    • non si ha il coraggio di dire che certe cose deve dirle e farle il Parlamento (non il Governo a forza di decreti)
    • poi c’è il problema che ti scontri con una mentalità del 1948, a cui è stata semplicemente attaccata un’email o un fax
    • la Camera non accetta (e quindi non passa ai parlamentari che devono verificarli) documenti non cartacei. Ma se devi analizzare “a mano” un carrello di carta non ce la puoi fare

Per finire, un voto contro e un suggerimento

Nel corso dell’incontro è stato suggerito di tradurre l’espressione anglosassone “whistleblower” (cioè il dipendente che scopre qualcosa d’illegale nella sua organizzazione e lo denuncia) con “vedetta civica”. Io voto contro. La vedetta è uno che è stato messo apposta, comandato a “svolgere funzioni di sentinella”, e solo quelle. Il whistleblower è invece CHIUNQUE, più o meno per caso, scopre qualcosa che non va e lo denuncia. Tutt’altra cosa e molto meglio, no?

Il suggerimento? Lo stesso che ho dato durante il dibattito: è verissimo che tutte ‘ste tecniche strafiche di Open Government, Open Data e quant’altro vengono in buona parte da un paese, gli USA, in cui poi a votare ci vanno dal 20 al 50%, quando proprio va bene, degli aventi diritto.

Ma Open Government e Open Data fatti bene danno, a tutti quelli che vogliono farlo, basi più solide per decidere chi votare, se li aiutiamo a usarle. E io, se tutti gli Italiani che oggi votano, fossero pure uno su dieci, votassero in base a quel che han trovato su siti come OpenParlamento anzichè a quel che han visto su Facebook o ha chi ha strillato di più in TV la sera prima, sarei già contento. Voi no?

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