Trattare i beni materiali come Software Libero e Creative Commons? È complicato...

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(Nota: mi sono finalmente deciso a tradurre questo articolo quando ho saputo del prototipo che la FIAT ha sviluppato come “hardware aperto”)

A settembre 2010 ho partecipato all’Open World Forum per presentare i primi risultati della mia ricerca sui benefici dell’apertura dei dati delle Pubbliche Amministrazioni. Al Forum si è parlato un po’ di tutto, incluso parità dei sessi nel software, libertà e vera educazione. Un altro momento per me molto interessante è stato l’intervento nella tavola rotonda finale di John Wilbank, Vice-Presidente di Science Creative Commons.

Wilbank ha ricordato e spiegato molto bene, senza per questo giustificare in alcun modo i ridicoli, eccessi odierni del diritto d’autore (anche ai danni di studenti e famiglie), un fatto molto importante. Movimenti di condivisione e liberazione della cultura come quelli del Software Libero o dei Creative Commons fanno del bene e sono riusciti a ottenere buoni risultati proprio e soltanto grazie al fatto che non solo il diritto d’autore esiste, ma è legalmente riconosciuto e valido più o meno nello stesso modo in tutto il mondo e inoltre copre soltanto “prodotti” immateriali. Però, dice Wilbank, cercare di generalizzare e soprattutto applicare gli stessi ideali e metodi in altri campi non solo è molto più complicato, ma in alcuni casi può essere addirittura controproducente. Poichè la penso anch’io allo stesso modo, dopo il Forum ho chiesto a Wilbank di spiegarsi più in dettaglio. Penso che le sue risposte qui sotto (il corsivo l’ho aggiunto io) siano ottimi spunti di riflessione per chiunque sia interessato alla protezione dei beni comuni, materiali o no, e al loro ruolo per costruire un mondo più aperto.

Stop: Vorrei saperne di più su questo argomento. C’è già qualcosa in proposito scritto da lei o altri?

Wilbank: Io, in effetti, sto scrivendo proprio in questo periodo un libro su questo preciso argomento. Non mi risulta che ci sia granchè in circolazione - molti lavori sono su singoli problemi, quindi si trova parecchia roba sulle difficoltà di considerare i brevetti come beni comuni, o sulla condivisione dei biomateriali o sull’hardware aperto, ma sono sempre trattate isolatamente, non c’è molto che mette tutto insieme in un discorso comune (che poi è proprio quanto spero di fare nel mio libro!).

Stop: Potrebbe fare un esempio di progetti sviluppati con metodi aperti come il Software Libero/Open Source in campi diversi dal software, che non hanno avuto lo stesso successo?

Wilbank: Il primo articolo del 2007 nella list di pubblicazioni di Cambia.org descrive gli ideali alla base di un progetto di “biologia Open Source”, che non è affatto riuscito a crescere come tanti progetti software ispirati agli stessi principi. In parte questo è dovuto proprio al fatto che gli accordi legali possibili o necessari in quel caso, in cui entravano in gioco i brevetti anziché il diritto d’autore, semplicemente non potevano avere lo stesso impatto che hanno nel mondo del Software Libero/Open Source.

Stop: A cosa è dovuto questo problema?

Wilbank: Se parliamo di diritti o di poteri, il diritto d’autore ne concede alcuni (NdR: immagino si riferisca al fair use per tutti gli utenti), mentre i brevetti li negano. Il diritto d’autore è un istituto legale relativamente internazionale, mentre i brevetti sono definiti e regolati in modo molto più diverso da una nazione all’altra. Pochissime persone hanno le capacità di utilizzare tecnologie complesse, mentre sono moltissimi gli individui in grado di scattare una foto e condividerla online, contribuire a Wikipedia o scrivere software (certo, in pratica la grande maggioranza della gente non fa nulla di tutto questo, ma poi le cose funzionano comunque semplicemente perché il numero di persone che potrebbero teoreticamente partecipare a ogni progetto è enorme).

Stop: Poichè in questo periodo sto lavorando sui dati aperti, ma chiedendomi anche se in generale la gente è pronta per certi cambiamenti mi interessa sapere anche cosa ne pensa del movimento per l’apertura dei dati pubblici. Secondo lei è in una situazione o migliore di quello per il Software Libero/Open Source?

Wilbank: I dati sono in una situazione in qualche modo simile, ma con più problemi tecnologici da risolvere. Sono altamente regolamentati, ma in maniera profondamente frammentaria - diritto d’autore, diritti sui database, norme sulla privacy, tecnologia, origine, affidabilità, disponibilità nel lungo periodo e così via. Però potrebbero avere la possibilità di diventare Beni Comuni, se creiamo i presupposti giusti e lo facciamo adesso.

Stop: Parliamo di oggetti concreti, adesso, cioè di prodotti fisici veri e propri come l’hardware aperto (Open Source Hardware) di qualunque tipo.

Wilbank: L’hardware è in una situazione intermedia (perché i progetti di un prodotto sono immateriali come il software, il loro risultato finale no, NdR) ed è un caso interessante, perchè è dove entra in gioco la sicurezza. Costruirsi da soli i LED per una lampadina è un conto, ma fabbricarsi a casa un’automobile o dei farmaci è una storia completamente diversa.

La complessità e le possibilità dei moderni macchinari stanno per rendere possibile la partecipazione a ricerca e innovazione proprio agli utenti finali di questi tip di prodotti della conoscenza. Però questo avviene in campi in cui non abbiamo ancora tutti i controlli e gli equilibri che esistono nel mondo del software.

Stop: Cosa intende dire esattamente?

Wilbank: Il codice sorgente dei programmi software viene regolarmente registrato (cioè copiato in modo che si sappia sempre chi ha modificato cosa e quando) in appositi archivi. Se i programmi non funzionano (e se nella comunità che usa quel software ci sono abbastanza programmatori interessati a farlo) si riprende quel codice dagli archivi, si corregge l’errore, si genera una nuova versione del programma e la cosa finisce lì. Però non abbiamo ancora affatto sviluppato le strutture e i sistemi sociali per gestire prodotti più complessi e non digitali. Anche se chi fa Open Hardware è già un pezzo avanti, basta guardare Adafruit per avere un esempio di comunità di hacker viva e vitale, in piena fioritura senza farsi o avere troppi problemi a livello di proprietà intellettuale.

Stop: Quali ostacoli vede in questi campi?

Wilbank: In generale, dobbiamo incoraggiare queste comunità a svilupparsi, perché sono loro il modo migliore per trasformare conoscenza buona e utile in prodotti. Ma quando iniziamo a parlare di automobili o medicine, quelli sono campi in cui se esistono norme, controlli e divieti legati alla sicurezza una ragione c’è, almeno in teoria. Se anche gli utenti finali di prodotti del genere, cioè in teoria chiunque, cominciano a costruirli e a fare esperimenti ci sarà inevitabilmente qualche reazione da parte del sistema. Reazione per cui dobbiamo essere preparati a fornire spiegazioni plausibili e, soprattutto, prove dell’esistenza di robuste comunità di utenti.

Con questo non voglio dire che la conoscenza e i singoli prodotti in questi campi non si possano arrivare a considerare come Beni Comuni, cioè gestibili collaborativamente, senza strutture centralizzate e con nessuna ingerenza dall’alto, come avviene per Software e Cultura liberi. Dico solo che le cose potrebbero essere molto più complicate di quanto non siano state fino a oggi.

Stop: Dopo l’Open World Forum ho partecipato alla Conferenza Internazionale sui Beni Comuni a Berlino, in cui uno dei temi ricorrenti era proprio la barriera culturale fra (sostenitori dei) Beni Comuni digitali e tradizionali come acqua o terra. Per questo oggi sono ancora più contento di aver avuto questa chiacchierata e spero che possa portare un contributo a tutte le discussioni di quel tipo. Grazie.

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