Di piattaforme bisogna farne il meno possibile. E al giusto livello

 

pensieri e suggerimenti sparsi su “dati, società e sfera del privato”.

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Questo articolo è una lista di commenti e suggerimenti in ordine più o meno sparso, scritti a caldo e senza quasi rileggerli, in reazione all’articolo “Di dati, società e sfera del privato: il Platform Cooperativism (e come superarlo?)”. Alcuni punti sono solo inviti a leggere quanto ho già scritto in proposito, altri commenti specifici. In entrambi i casi, la lettura di quell’articolo è prerequisito per capire quanto segue.

“integrazione tra Facebook, WhatsApp, Instagram…: scenario terribile.. con l’unico enorme vantaggio che potrebbe porre fine a una specifica situazione RIDICOLA in cui oggi ci troviamo tutti.

” privati o pubblici che siano, di chi sono i dati che vengono prodotti dall’analisi dei comportamenti degli utenti, e come è lecito utilizzarli?” Il “nodo principale” secondo me non è affatto questo. Se ammucchi tutti i rifiuti del mondo, a tempo indeterminato, in un unico magazzino, prima poi quello crolla ammazzando qualcuno. Chiunque gestisca i rifiuti, in qualunque modo e per qualsiasi motivo. Il nodo principale è che certe concentrazioni di dati dovrebbero essere impedite o realmente minimizzate a monte, in modo che certe analisi non siano proprio fatte, che siano impossibili.

“lo sviluppo esponenziale dell’internet delle cose”: sviluppo OK, ma che possa, fisicamente, essere “esponenziale” è tutto da dimostrare. E se lo fosse davvero, sarebbe una catastrofe. Continua qui e (toccando anche la mitica “industria4.0”) qui e qui.

Il punto [è] determinare cosa sia lecito, opportuno e socialmente accettabile che le piattaforme abbiano a disposizione dei propri utenti.” Appunto! Ma questo è un punto superabile nel modo giusto solo ragionando non su chi le controlla, ma su a quale livello debbano esistere le piattaforme, e di quale tipo debbano essere. Io propongo di distinguere fra “scatole” personali, e scatole di gruppi (vedi sotto).

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scusate se mi ripeto...

“se Uber fosse una piattaforma cooperativa i dati veicolati in essa non sarebbero di Travis Kalanick e Garrett Camp ma di tutti i suoi driver”: anche i dati sugli spostamenti privati dei singoli passeggeri? Ovvero: per sostituire i vari Uber, Glovo, Foodora eccetera… senza concentrare pericolosamente tutti gli stessi dati (vedi sopra), le cooperative su piattaforma per di servizi vanno sviluppate in parallelo (anche) a monete elettroniche per pagamenti anonimi.

“il prossimo Facebook potrebbe essere una sorta di cooperativa di consumo, ove il valore generato dagli utenti potrebbe essere redistribuito verso gli utenti stessi, che ne sarebbero i soci.”

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“Ho un brutto presentimento” (cit.). Anzi, quasi una certezza. Che questa strada sia un po’ troppo simile a quella ortodossa del software libero e a certa mistica su Wikipedia per poter mai arrivare dove vorrebbe. Sono quanti, 35 anni che la FSF va avanti assumendo e predicando che tutti gli utenti di software libero dovrebbero e potrebbero contribuire direttamente, in un qualunque modo, al suo mantenimento? Quanti ha convinto? E come farebbe questa “cooperativa” a governare un servizio molto più complesso di Wikipedia, senza sbattere negli stessi problemi? Vedi qui e qui.

Senza contare che, se equivale a “usare i propri dati come moneta”, il “valore generato dagli utenti” rischia solo di creare ulteriori discriminazioni, anche SE fosse giusto come principio.

“Serve ripensare il proprio modello di business, per far sì che il valore generato sia effettivamente condiviso con gli utenti sulla base di una value chain realmente cooperativa.” Qui bisogna distinguere, sempre e nettamente, fra:

  1. presenza e comunicazioni personali, cioè sostituti, realmente utilizzabili prima possibile da tutti gli attuali “utonti” medi di FB, Instagram, Gmail… delle stesse cose che oggi hanno dentro quelle gabbie e nulla più: email, condividere foto e pensierini assortiti, aggregare notizie e notifiche da singoli contatti, gruppi o media in un’unica “finestra”…
  2. servizi offerti collettivamente, anche o soprattutto a “terzi” che non potrebbero mai essere “soci” attivi, da gruppi organizzati di individui, più o meno permanenti e stabili. Le “cooperative di piattaforma” per sostituire tanto Uber e compagni quanto le attuali pagine o gruppi Facebook di comitati di quartiere, parrocchie e via dicendo, rientrano in questa categoria

Queste due categorie sono quelle che chiamo “personal” e “group box” nella mia personale proposta per risolvere in maniera realistica i problemi causati dalle piattaforme chiuse di oggi. Sulle “group box”, aggiungo solo che potrebbero, anzi forse dovrebbero, offrire anche l’hosting di “personal box” a non soci, e che il Free Knowledge Institute, di cui sono Board Member, sta partecipando a un progetto del genere. Quanto alle “personal box”, in estrema sintesi:

  • devono essere siti web individuali, ognuno completo di suo indirizzo email, blog, federazione con altri siti per scambiare notifiche) e soprattutto ognuno con un nome di dominio permanente scelto dal suo utente (perché altrimenti è assolutamente ridicolo, ma tanto, parlare di “proprietà” o “portabilità” dei dati).
  • le piattaforme, cooperative o no, gli servono solo per farne attivazione, hosting e manutenzione, se richiesta dall’utente, che può spostare la sua scatola (tanto il nome non cambia) da una piattaforma all’altra, come se fosse un normale sito web, quando vuole e senza alcuna “interruzione di servizio”

Lo stesso argomento è riassunto in queste mie slide e sviluppato in dettaglio anche nei miei articoli su Mastodon.

Continuiamo insieme?

Questo articolo, ripeto, è solo una serie di appunti messi insieme al volo senza troppe pretese, come spunto per riflessioni costruttive. Ma sono ovviamente a disposizione per discuterne, parlarne in pubblico, scrivere o fare ricerca, formazione e altre attività su tutti questi temi.

Commenting system (still under test!!!)


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