Lo sapevate che per il settore automobilistico la tutela della privacy “può” essere un business?

Dice proprio così, fin dal titolo, un pezzo appena apparso sul sito autopromotec: “Auto intelligenti, per il settore automotive la tutela della privacy PUÒ essere un business”.

Il testo dell’articolo ribadisce questa possibilità:

“Le aziende che sviluppano software e componenti intelligenti dovrebbero prevedere sin dalla progettazione, come stabilito dalle norme, un limite all’intromissione nelle sfera personale. Che riguardi i dati che possono essere raccolti, lo scopo e l’anonimizzazione delle informazioni. Tutti elementi che se rispettati si tradurrebbero in un vantaggio competitivo.”

e ancora: “Rendere questi veicoli inviolabili potrebbe rivelarsi una delle chiavi del loro successo”

“Può”, “se rispettati”, “potrebbe”? Aspettate un attimo…

Stiamo scherzando? Questo è un campo in cui il condizionale NON è d’obbligo, è d’obbligo non usarlo.

Frasi come “Le aziende che sviluppano software e componenti intelligenti dovrebbero prevedere sin dalla progettazione, come stabilito dalle norme, un limite…” non si possono sentire. È come dire:

“Le aziende che sviluppano motori a scoppio dovrebbero prevedere sin dalla progettazione, come stabilito dalle norme.. un limite alle emissioni di polveri sottili”

Non esiste “dovrebbero”, o “se rispettati”. Se le norme ci sono, vanno rispettate e basta. Se non ci sono ancora, va detto chiaramente che se vuoi durare in questo settore per più di pochi anni, di fatto sei obbligato già oggi, a progettare come se quelle norme già ci fossero.

In effetti, la seconda parte di quell’articolo ci va vicino, a questo concetto, ma continua a presentarlo come un’opportunità di business, anzichè come il minimo di legge, di fatto, per avere un qualsiasi futuro, in quello stesso business. Ma poi…

Ma poi, QUALE business?

A parte la confusione fra vincoli di fatto e opportunità, l’articolo ha un altro limite di fondo che è ancora più grosso, anche se, onestamente, non tocca certo a un sito con quel nome metterlo in evidenza.

Se le auto diventeranno davvero connesse in certi modi, privacy e sicurezza dovranno per forza essere i primi, non negoziabili vincoli nella loro progettazione, non certo “opportunità” per vendere di più. Voglio anche vedere come verrà reso “inviolabile” qualcosa che si pretende sia completamente e continuamente connesso a Internet, ma potremmo non avere mai bisogno di scoprirlo.

Perché il limite di cui parlo è quello di dare le “auto connesse” o “intelligenti” come un fatto ormai già acquisito e inevitabile quanto una legge fisica. Il fatto che le auto connesse potrebbero essere inutili, se non dannose o inattuabili, non è presente nemmeno lontanamente in quell’articolo.

Nel 2010 si diceva (*) che:

  • il costo dei componenti elettronici nel 2005 costituiva il 15% del costo totale di un’auto (dal 5% degli anni 70)
  • nel 2010 il costo combinato di componenti e software per un’auto di lusso poteva arrivare al 35 o 40%
  • secondo certe previsioni, in altri 10 anni si sarebbe potuti arrivare al 50% per veicoli convenzionali, e fino all’80% per quelli ibridi.

Una parte non trascurabile di quei costi è pienamente giustificata: quella che effettivamente aumenta la sicurezza e riduce i consumi. Ma dare per scontate le “auto connesse” come le propone il marketing attuale significa accollarsi obblighi e responsabilità enormi, altro che opportunità, su basi discutibili. Significa accettare passivamente roba che richiede enormi investimenti per creare servizi inutili o problemi nuovi, senza risolvere davvero nessun problema serio già esistente, solo per non far crollare i costi delle auto individuali.

Privacy: la tutela "possibile" per auto inutili /img/connected-car-bad-smartphone.jpg
Avrò speso 10mila Euro più del dovuto, ma vuoi mettere la soddisfazione di stare ancora bloccato nel traffico, ma con un cruscotto che pare uno smartphone di cinque anni fa?

Prima di tutto, finchè di auto ne circoleranno tante quanto oggi, il fatto che guidino da sole e capiscano da sole quale strada è meno intasata ridurrà ben poco traffico e inquinamento complessivi. Per quello non c’è altra soluzione che ripensare da zero trasporti pubblici e car sharing. Cioè le stesse cose che farebbero anche sparire buona parte di quei problemi di privacy, perché non potrebbero raccogliere dati sensibili negli stessi modi e quantità.

In secondo luogo, per far funzionare le “auto connesse” come dice la pubblicità è necessaria una quantità di banda larga da far paura, e ulteriori, enormi quantità di componenti altamente inquinanti e difficili da riciclare decentemente, che richiedono anche materie prime di cui non c’è particolare abbondanza.

Ma poi, per fare che? Se privacy, sicurezza e riduzione dell’inquinamento si ottengono a costi molto minori con mezzi pubblici e car sharing, che altro possono offire le auto connesse? Guardate meglioo, e scoprirete che nel 90% dei casi son servizi che già avete, o dovreste avere, dallo stesso identico smartphone su cui probabilmente state leggendo questo post. Molto meglio di quanto potrebbe mai offrirveli un qualsiasi tablet inchiodato a un cruscotto e mai personalizzabile quanto uno smartphone individuale.

E se vi spia anche lo smartphone…

questo prova soltanto che le “auto connesse, ma rispettose della privacy” sono inutili tanto quanto quelle connesse e basta. E che quelli che vanno “resi inviolabili” sono smartphone e simili, cioè i prodotti che ormai, volenti o nolenti, servono davvero.

(*) vedi qui e qui), se trovate statistiche più recenti inviatemele per favore