Università e lavoro: quando, dove e quanto vanno fatti i test di ammissione?

 

Circa un anno fa ho avuto un interessante scambio di email sul senso e la gestione dell’“prendere la laurea” con Silvia Bencivelli, partendo dal suo post sull’argomento E io contavo i denti ai francobolli (o L’universitario sul tetto). Ne ripropongo qui, col permesso di Silvia, una parte direttamente collegata al commento che ho pubblicato ieri. Le parti in corsivo sono sono sue, il resto è mio.

Servirebbe anche un sistema per far sì che all’università ci vada chi lo merita davvero, indipendentemente dal babbo che si ritrova in casa. Da me, a Medicina, c’erano molti più figli di papà annoiati che figli di gente che bisogna-studiare-a-tutti-i-costi.

non so quanto medicina sia utilizzabile o almeno generalizzabile come “campione” per ragionare su questi argomenti. Se sbaglia un commercialista o uno che ha fatto Scienze della Comunicazione, Lettere, o tante altre Facoltà può far danno, ma quasi mai muore subito qualcuno. Un medico.. lo voglio che sia stato torchiato il più possibile da altri medici, prima con gli esami e poi sul campo, prima che mi si avvicini con un bisturi o decida quale medicina non mi farà male.

bisognerebbe anche scardinare l’idea che una laurea sia terribilmente vincolante per il lavoro che si sceglierà.

sono assolutamente d’accordo, pure io oggi faccio cose che non c’entrano nulla con la laurea che ho preso, ma non nel caso di Medicina. Voglio dire che se uno può fare Medicina e poi il giornalista mi va benissimo, il contrario (cioè uno che non ha studiato per anni sotto esperti ma poi fa il medico) mi fa venire l’orticaria.

I “parcheggi” non sono solo Medicina e la sanità. Anche l’insegnamento lo è. Non ricordo più dove ho letto una critica ferocissima del sistema attuale di formazione e gestione degli insegnanti che in sostanza diceva “oggi in Italia se ti metti in testa di fare l’insegnante anche se non sei assolutamente portato per farlo, FARAI l’insegnante. Magari precario, ma starai dietro una cattedra fino alla pensione, facendo danni notevoli, e nessuno ti smuoverà”.

Forse il problema è quello, fuori dall’Università. Se c’è gente che ancora ci va per il pezzo di carta, è perché sà (o meglio: è convinta) che una volta che l’hai preso prima o poi ti siedi da qualche parte, e non ti schiodano più. Allora dovrebbero esserci magari esami di ABILITAZIONE iniziale per una professione, che si possono fare anche senza la relativa laurea, ma poi controlli seri periodici per MANTENERE quell’abilitazione, altrimenti levati dai piedi.

Io ho un amico insegnante bravo (scuole superiori) che si è dato a marketing e altre cose perché era schifato dal fatto che solo lui e gli altri precari facevano aggiornamento (magari male, ma lo facevano) per prendere punti, mentre i colleghi di ruolo intorno a lui spesso non leggevano più nemmeno i libri di testo che assegnavano alle classi. Ma questo accade perché sanno di essere ormai a stipendio e pensione fissi e sicuri, cioè perché non ci sono controlli DOPO. Non perché l’Università non ne ha fatti PRIMA.

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