Scuola, Provincia di Roma e Governo che non si parlano provano l'importanza dei dati aperti

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La Provincia di Roma ha realizzato una guida per l’orientamento alla scuola media superiore. L’obiettivo, spiega l’Assessore alle Politiche Scolastiche della Provincia Paola Rita Stella è:

permettere una ricerca semplice, veloce e il più possibile esaustiva per aiutare studenti e famiglie nella scelta del loro futuro... [fornendo] anche notizie utili su logistica, trasporto, strumenti e tipologia dei laboratori...

questo è possibile soprattutto con la versione online della guida, che consente una ricerca analitica degli Istituti scolastici.

In pratica, se non lo aveste ancora capito, la Provincia di Roma ha appena duplicato il servizio Scuola in Chiaro lanciato tre mesi fa dal Ministero dell’Istruzione, senza dare alcun segno nel suo comunicato ufficiale di esserne al corrente o che le due cose siano collegate.

Non solo, ma a differenza di Scuola in Chiaro che, dopo qualche perplessità iniziale oggi pubblica tutto come Open Data, sul portale della Provincia c’è scritto solo “copyright 2012 Assessorato…” Perché la Provincia non pubblica dati aperti?

Quali dati usa quel portale? Perché se usasse quelli di Scuola in Chiaro dovrebbe dirlo chiaramente, come prevede la loro licenza: ma il problema è che non usa gli stessi dati, quindi i genitori ricevono informazioni diverse e contrastanti a seconda del sito su cui le cercano.

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Come prova, si può guardare allo stesso istituto che avevo scelto a caso per segnalare che Scuola in Chiaro è monca. Come potete vedere nella schermata in quella pagina e in quella qui a lato, il Liceo Scientifico Ilaria Alpi di Roma secondo il suo sito ha certe strutture e trasporti pubblici disponibili, secondo la Provincia una parte, secondo il Ministero nulla. Chi ha ragione? E come fanno genitori e studenti a decidere?

A prima vista, questa storia sembra fatta su misura per i detrattori degli Open Data e per certi loro tormentoni come: “visto che a mettere tutto online si fa solo confusione? Visto che non possiamo/dobbiamo farlo perché molti dati non sono di qualità sufficiente?”

Secondo me, invece, questi siti provano il contrario, oltre a sollevare altre interessanti questioni. Tanto per cominciare, mentre tanti dicono che Open Data non si può fare per mancanza di fondi, qui abbiamo due Pubbliche Amministrazioni che i soldi per pubblicare gli stessi dati li hanno trovati. La prima domanda da fare potrebbe essere “quanto costa quel servizio della Provincia, e perché sono stati spesi soldi per fare qualcosa che già c’era?”

Soldi a parte, lo sapevate che nemmeno due settimane fa è successo un putiferio proprio perché un’Amministrazione locale duplicava un servizio già offerto (in teoria!) a livello centrale? Vi eravate accorti che il Ministro del Lavoro Fornero ha fatto chiudere un sito provinciale “al fine di garantire una rappresentazione UNIFORME delle “informazioni istituzionali”?

Oggi, dopo accuse di delirio e censura quel sito è tornato in linea, ma lasciando tante domande a cui si dovrà rispondere presto. Una è questa: che farà adesso il MIUR? Farà chiudere questo servizio della Provincia, o ne “sequestrerà” i dati per inserirli tutti in Scuola in Chiaro? I due Ministeri adotteranno subito una politica comune? Insomma, un problemino interessante.

Comunque, secondo me, la sua soluzione corretta è anche molto più semplice di quanto potrebbe sembrare.

In sè e per sè non c’è nulla di sbagliato nella proliferazione di siti, pubblici e privati, che offrono la stessa funzione, in questo caso la ricerca della scuola pubblica a cui iscriversi. Anzi, più sono meglio è: se devono farsi concorrenza è più facile che ne venga fuori almeno uno funzionante e realmente semplice da utilizzare.

A patto che, se a fare un sito per un servizio già disponibile è una Pubblica Amministrazione, lo faccia solo se ha ottime ragioni che giustifichino le spese per la “duplicazione”, pubblichi online anche tali ragioni e spese e riusi più software e dati possibile. E a patto che tutti quei siti possano usare come base gli stessi dati grezzi, pubblicati senza duplicazioni e come Open Data da fonti ufficiali.

Oltre a questo, quelle discrepanze fra siti ufficiali non provano affatto che Open Data non si può fare o che non è opportuno. Primo, perché vederle è un bene, in quanto prova che c’è confusione e indica come e dove intervenire. Meno male che tutte queste informazioni incomplete e contrastanti sono online! Altrimenti famiglie, MIUR e Provincia avrebbero continuato per chissà quanto a prendere decisioni e spendere soldi pubblici, senza parlarsi, basandosi su dati sbagliati o incompleti e senza nemmeno rendersene conto!

In secondo luogo, almeno in questo caso eliminare la confusione è particolarmente semplice ed economico. I dati corretti e aggiornati di ogni scuola li hanno le singole scuole ed è loro responsabilità fornirli direttamente. Quindi basta che il MIUR obblighi tutti i dirigenti scolastici a far inserire e tenere aggiornate al massimo ogni tre mesi TUTTE quelle informazioni nella banca dati di Scuola in Chiaro, pena sanzioni ai dirigenti inadempienti.

Questo dovrebbe farlo il MIUR sia per aiutare a raccogliere dati omogenei e comparabili su tutta Italia, sia per ridurre le spese. Per inserire quei dati basta UN modulo Web come quello del sito della Provincia. Anche se farlo è semplicissimo e costa pochissimo, perché farne più di 100? Troppo semplice?

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