Cosa si intende esattamente per pubblicazione (aperta) dei dati?

 

Qualche settimana fa ho chiesto ai Comuni Virtuosi perché non pubblicano già i loro dati pubblici su Internet. La risposta è stato un promettente: si potrebbe avere una breve scheda che descriva cosa si intende esattamente per pubblicazione dei dati? Poiché altri mi hanno fatto la stessa domanda, ecco qui la scheda, rivolta soprattutto agli Enti Locali, ma valida anche a livello nazionale.

Di cosa stiamo parlando?

Dei dati (importante: dati, non solo documenti) pubblici, che sono tutti quelli:

  1. già prodotti e usati dalle PA nell’esercizio delle loro funzioni, che non creano nessun problema di privacy o perché non hanno nulla di privato o perché preventivamente “anonimizzati”: cartografia digitale, orari delle corriere, statistiche sanitarie e demografiche generali, attività economiche, eventuali fonti o rischi d’inquinamento, bilanci, dettagli degli appalti pubblici…

  2. prodotti e spesso già distribuiti ma nella forma sbagliata, da aziende locali private, o perché è nel loro interesse farlo (es: orari di apertura dei ristoranti) o perché la legge già gli impone di farlo

Che significa “aperti”?

I dati in questione vengono definiti aperti quando sono (sintetizzando):

  • pubblicati su Internet con una licenza che ne consenta esplicitamente il riuso a tutti, gratuitamente e per qualsiasi fine, anche commerciale

  • grezzi, per poterli combinare e analizzare nel modo più efficace (es: per un bilancio un foglio elettronico è meglio del PDF perché permette di estrarre e verificare formule o singoli numeri)

  • in formati aperti, cioè senza nessun segreto o restrizione d’uso, scaricabili ed elaborabili automaticamente con qualsiasi software

Perché questi dati dovrebbero essere “aperti”?

Perché è un atto dovuto e perché conviene parecchio, soprattutto di questi tempi:

  • i dati delle PA sono stati creati o acquisiti per conto dei cittadini e con i loro soldi, quindi è giusto che possano accedervi

  • è un’ottima strategia elettorale e amministrativa. Nei prossimi anni Comuni, Province e Regioni avranno sempre meno fondi a disposizione per servire cittadini che hanno sempre meno fiducia nei loro rappresentanti. Mettere tutto “in piazza” come spiegato sopra è un sistema efficace ed economico per:

    • guadagnare consenso, per esempio dando prove concrete a tutti, subito, che non si ha nulla da nascondere e che a certi tagli o aumenti di tariffe proprio non c’è alternativa

    • risparmiare. Mettere a disposizione di tutti i dati per svolgere certi servizi può essere un modo di cancellare le relative spese dal bilancio senza diminuire il livello dei servizi stessi e senza i rischi delle privatizzazioni, perché la licenza aperta permette sia una concorrenza vera sia un controllo efficace di quello che accade.

  • Aprire i dati crea ricchezza vera sul territorio. Perché aumenta efficienza, affidabilità, opportunità di lavoro, collaborazione fra pubblico e privato. Tutta roba apprezzatissima da turisti e investitori di fuori, non solo dai “locali”. Qui ho fatto un esempio per il turismo, ma il discorso vale per tutti i settori produttivi e ce ne sono già tanti esempi in tutto il mondo.

Risposte alle obiezioni più comuni

  • “Ma questa è un’impresa titanica e/o troppo costosa”. Risposta: non è vero, primo perché nessuno richiede di fare tutto subito, solo di iniziare prima possibile e di non fermarsi. Inoltre, superare la paura del nuovo o (in alcuni casi) cambiare la licenza potrebbe essere complicato, ma copiare su un sito Internet file che già esistono dentro gli uffici è semplicissimo e non costa quasi nulla.

  • “Non abbiamo le competenze tecniche necessarie”. Risposta: mettete comunque online quello che avete, in qualsiasi formato sia, e avvertite qualcuno dei tanti attivisti dei dati aperti in circolazione. Ci penserà lui a far girare gratuitamente il programma capace di convertire i vostri dati in formati più adatti. Alternativa: fatene una gara per gli studenti dell’ITIS informatico più vicino.

  • “Noi certi dati li vendiamo, quei soldi ci servono”. Risposta: quasi sempre, analizzando questi casi si scopre che “regalare” quei dati stimola attività economiche che poi fruttano in tasse locali molto più del prezzo dei dati. Oppure che si può far fare qualcosa di più utile all’impiegato che prima era pagato solo per… sbrigare le richiesta dei dati.

  • “Se pubblicassimo tutto avremmo tante critiche e seccature da non riuscire più a lavorare”. Risposta: questa sarebbe un’obiezione valida se oggi non aveste grane del genere. In realtà (soprattutto, ripeto, se si pensa a come saranno i prossimi anni per gli amministratori locali) è molto probabile che in futuro aprire i dati ridurrà critiche e seccature.

Conclusione

Per saperne di più potete leggere altri miei articoli sui dati aperti, i miei saggi, questa introduzione all’argomento o il Manifesto Italiano per l’Open Government. Ma soprattutto, PARLIAMONE, online o di persona. Sono a disposizione!

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