Darwinismo digitale, avanti tutta

 
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Tre mesi fa mi difendevo dall’accusa di “darwinismo digitale” spiegando che probabilmente lo sono, ma perché mi pare la cosa più umana da fare.

Nell’Italia di oggi, dicevo

, rendere certi servizi soltanto digitali è indispensabile (non sufficiente) proprio per non negare più ad anziani e altre categorie deboli gli altri servizi, non digitalizzabili. Per questo bisogna farlo subito, anche se significa “costringere” tutti (come e da chi, è spiegato nell’altro post), e chi non si adegua peggio per lui.

L’ho scoperto solo oggi, ma mi fa piacere trovare, in un rapporto presentato a ottobre, quella che mi sembra un’autorevole conferma di quanto dicevo. Il professor Carlo Alberto Carnevale Maffè, della Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi, scrive in “Tutti su Internet, Tutto su Internet. L’Agenda Digitale per la crescita” che (pagina 6, grassetti miei)):

Finché resiste una domanda che rimane ancorata allo standard precedente (in questo caso i processi non basati su Internet), l’offerta è costretta a fronteggiare una doppia struttura di costi e un’incerta distribuzione dei ricavi. Si può accelerare l’uscita da questa inefficiente situazione economica e raggiungere una massa critica in grado di generare valore solo mettendo “fuori corso” la vecchia moneta dei processi tradizionali e forzando la domanda a effettuare la transizione al nuovo, con un processo di switch off simile a quanto sperimentato con la TV digitale terrestre.

E a pagina 8, grassetti sempre miei:

”…chi non usa Internet… genera illegittimamente un costo sociale, che è quello di gestire tale “eccezione” con tecnologie e processi tradizionali, duplicando i relativi costi. Chi si ostina a non usare Internet per l’e-government, l’infomobilità, la telesanità, l’e-learning e le smart grids, impone alla collettività oneri impropri di manutenzione di infrastrutture logistiche obsolete ed ingiustificabili, con elevati e ormai insostenibili costi sociali, che vanno a sottrarre risorse alla ricerca e allo sviluppo. Una volta garantita la copertura universale, costoro non devono poter continuare a farlo opportunisticamente, essendo addirittura pietiti da qualche politico in chiaro con flitto d’interessi. Intanto che l’infrastruttura di Internet cresce verso l’accesso universale, chi ancora non sa si faccia parte diligente per imparare, e semmai chieda aiuto da tutti gli altri, e dallo stesso Stato se necessario. Ma non può essere legittimato a fare da zavorra alla Nazione.

Sarebbe come aver accettato che qualcuno, per evitarsi l’oggettiva scomodità di comprarsi il decoder, avesse costretto tutte il sistema televisivo nazionale a trasmettere ancora in analogico per gli anni a venire, bloccando l’uso delle frequenze per altri scopi. Internet è quindi, analogamente a quanto accade nel caso di un’istituzione, un consorzio obbligatorio della domanda, un dovere civico e quindi potenzialmente un obbligo di cittadinanza.

Chi non vuole adeguarsi sia libero di farlo, ma deve essere pronto a farsi carico dei costi sociali della propria scelta. Ciò può avvenire con diverse forme, a partire da una chiara differenziazione del costo dei servizi pubblici - scuola, sanità, trasporti, ecc. - fino ad arrivare ad asimmetrie fiscali penalizzanti.

Capito? Per capire perché “aspettare che tutti siano pronti” in Italia è assurdo, e vedere come aiutare chi magari con la pensione non arriva a fine mese, leggetevi l’altro post, poi riparliamone.

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