Non ci crederete, ma c'è voluto un processo per dire che questo divieto è stupido

 

Ogni singola volta che, su Facebook, Twitter, Instagram, via email, commentando in un blog e così via, segnalate una pagina di qualsiasi sito che NON sia la sua “home” (per esempio se postate un articolo di Repubblica anziché il suo indirizzo di base www.repubblica.it), avete creato un cosiddetto “link profondo”, in inglese “deep linking”. E meno male che si può fare, altrimenti

come faremmo a scambiarci informazioni via Web? Anzi, che ce ne faremmo del Web?

Nonostante questa elementare considerazione, ci sono ancora, in Italia e all’estero, diversi siti UFFICIALI di aziende e organizzazioni che… “proibiscono”, o definiscono illegale, qualsiasi deep linking fatto senza esplicito permesso. Ora, ci sono alcune “varianti” di deep linking, in particolare quelle in cui una intera pagina o parte di pagina di un sito finisce inglobata in un altro, che quindi ne sembra l’autore, che NON vanno sempre bene. Ma quelle in realtà sono altre cose (embedding, framing ecc.) e ci sono altri modi per gestirle.

Pretendere invece di (poter) vietare il deep linking vero e proprio, cioè il semplice “clicca qui per leggere quel tale articolo”… Da una parte, significa proprio non aver capito a che serve un sito Web e come funziona. Dall’altra, proibire qualsiasi deep linking “non autorizzato” è fattibile tanto quanto, per un Comune, proibire a tutti quelli che ci sono già stati, di dire senza permesso che l’Ufficio Rapporti col Pubblico è al terzo piano, quinta porta a destra: “no caro cittadino, senza permesso scritto del Sindaco lei può svelare a suo cognato SOLO il nostro indirizzo principale”.

Volendo, i siti che ancora “ragionano” così, potreste scovarli inserendo in qualsiasi motore di ricerca queste frasi (virgolette comprese):

  • “Si consente il solo collegamento diretto alla home page”

  • “Il cosiddetto “deep linking” è severamente proibito”

  • “un cosiddetto Deep Linking non è permesso”

  • “The practice of deep linking is severely prohibited”

Se divieti del genere fossero presenti solo pretese assurde di siti aziendali fatti male, magari copiando e incollando a casaccio testi copiati altrove, e mai più aggiornati da dieci anni, non varrebbe la pena parlarne. Invece…

Non avendo il loro “permesso”, cioè per proprio per rimarcare l’assurdità della cosa, io NON vi fornirò link diretti. Scopritevelo da soli con un motore di ricerca qual è l’organizzazione che, ancora a settembre 2014, dice di andarci cauti con

[caption id=“attachment_5793” align=“alignleft” width=“150”][![Questo NON è un link profondo a un altro sito. Comunico inoltre formalmente che NON sono io l’autore del testo in quell’immagine, anche se dai loghi, font e colori diversi si potrebbe incorrere in questo equivoco.

Non ci crederete, ma c'è voluto un processo per dire che questo divieto è stupido /img/questo-non-e-un-link.png

Questo NON è un link profondo a un altro sito. Comunico inoltre formalmente che NON sono io l’autore del testo in quell’immagine, anche se dai loghi, font e colori diversi si potrebbe incorrere in questo equivoco.[/caption]un link profondo che salta la home page e va direttamente alle pagine interne che si aprono come se fossero pagine di proprietà del sito che opera il rinvio. Solitamente questa operazione viene ritenuta illecita, proprio per violazione di copyright, in quanto si tende a sfruttare il lavoro altrui senza neppure evidenziare al navigatore chi sia l’autore di quei testi.

“Si aprono come se fossero di proprietà del sito che opera il rinvio”? Da frasi del genere sembra che le pagine nei browser si aprano per stregoneria. Chiamare “sfruttare il lavoro altrui” un link inserito senza “evidenziare al navigatore chi sia l’autore del testo linkato” è come chiamarvi truffatori se, spiegando a un turista come arrivare ai Musei Vaticani, ometteste di dirgli che non ne siete nè il proprietario nè l’architetto.

Un altro argomento forte fra gli anti-deep linking è che, fornendo link a pagine interne anzichè a quella principale, si danneggerebbe il proprietario del relativo sito perché… chi segue un link diretto non vede “la pubblicità in home page, cioè quella che paga di più”. Chiaro? Non è quel sito che dovrebbe cacciare immediatamente il suo responsabile della pubblicità perché non sa come massimizzare visite e introiti. Siamo noi che dovremmo tutti dirci, invece di scambiare link interni, cose come “Vai su www.qualchegiornale.com, clicca su “Sport” e clicca il titolo che parla del derby”.

Sì, gli argomenti contro il deep linking sono proprio di questo spessore. Nonostante questo, per incredibile che possa sembrare, è stato necessario (ed è successo solo pochi mesi fa) scocciare la Corte di giustizia dell’Unione europea per sentirsi dire che il diritto di link, anche profondo, senza permesso, tutto sommato ce l’abbiamo. Ulteriori conferme che questo incubo è finito sono in questo e quest’altro resoconto di Simone Aliprandi. Poi chissà, magari la Corte di Giustizia si è sbagliata e il deep linking è o dovrebbe davvero essere illegale. Ma almeno da ora serviranno argomenti meno ridicoli per provarlo.

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