Gli autori di un bell’articolo su rider di Foodora e cooperative del futuro mi hanno chiesto che ne penso. E allora, ecco qui qualche pensiero sparso, a volte anche banale, o parzialmente fuori tema. Senza, lo confesso, nemmeno rileggerlo, come se ne stessimo chiacchierando al pub. Per fare costruttivamente l’avvocato del diavolo senza nessuna pretesa di autorevolezza o completezza, ma come spunto per lavorare insieme su certi temi fondamentali. Anche considerando l’aggiornamento aggiunto a fondo post il 1 maggio 2018!

Disclaimer obbligatorio: nel frattempo, a Barcellona…

Fra le varie cose che faccio, essendo anche Board Member del Free Knowledge Institute, in questo periodo sto seguendo e supportando a distanza i colleghi FKI di Barcellona su progetti come Comunificadora e CommonsCloud che potrebbero essere utilizzabili anche in Italia. Ne vogliamo parlare? passando all’articolo:

Commenti sparsi su rider, Foodora e cooperative del futuro /img/foodora-e-cooperative.jpg

La lingua innanzitutto

Se tutti i giornalisti che si sono occupati del Nuovo Statuto Dei Lavoratori lo avessero chiamato sempre e solo con quel suo vero nome, anziché quello volutamente fumoso e fighetto di “Jobs Act”, tante persone avrebbero capito meglio e prima di che si parlava. E forse oggi quella legge sarebbe diversa. Quell’articolo ha il gran merito di evidenziare come quella che c’è stata finora non si sarebbe mai dovuta chiamare “economia di condivisione”. Se scioperi o fai causa contro il padrone non può essere economia di condivisione. E allora, i rider chiamiamoli solo fattorini o portapizze, così ci capiamo tutti. E pure “platform cooperativism”… all’estero è insostuibile, ma forse qui da noi una versione ripulita di “le stesse cooperative di una volta, solo digitalizzate” potrebbe aiutare. Se “oggi il mondo della cooperazione… sembra ancora poco propenso ad investire su nuove tecnologie” un pochino è anche colpa di linguaggi confusi.

Le competenze

  • “i rider diventano soci, acquistano la piattaforma, dirigono gli sviluppatori, e governano, con voto democratico pro capite, sia il management sia gli algoritmi che servono ad ottimizzare la gestione”
  • “Le piattaforme e gli algoritmi di CoopCycle sono open source, a portata di singolo lavoratore”

Scusate la brutalità, ma ho una gran paura di veder tornare lo stesso errore ormai pluridecennale del movimento del Software Libero, quando dice che il software deve essere libero (che è vero!) perché “la gente vuole poterlo modificare”. Vedi (dal 2006…) gli ultimi tre punti di questa lista, e questo Manifesto. Se il fattorino medio di Foodora le avesse, le competenze per gestire management e algoritmi, probabilmente sarebbe da qualche altra parte. Che anche in versione digitalizzata le cooperative debbano dare a tutti i loro soci possibilità effettive di partecipare alla gestione, non ho dubbi. Che basti appoggiare una cooperativa su uno strato di software (=magia nera per il 99% della popolazione) per avere certi risultati, mi sembra ottimistico, come minimo. Anche se non fossimo nel paese dell’uno vale uno, di tanti studi di De Mauro e dei plurilaureati ancora orgogliosi che “io di matematica non ci capisco un cavolo”. Va detto da subito che non è così, che la digitalizzazione è solo uno dei prerequisiti ormai inderogabili, non un punto d’arrivo. Vedi sotto.

Le leggi

Lo so che è benaltrismo, ma lo dico lo stesso, se non altro per completezza: prima di digitalizzare le cooperative servirebbe tanto digitalizzare la gestione del processo legislativo invece di incollare emendamenti a mano. Perché qualsiasi cooperativa può digitalizzarsi e autogestirsi felicemente quanto vuole, ma in un paese di leggi incomprensibili e mal gestite gli servirà solo fino a un certo punto.

Blockchain e Smart Contract. Ovviamente

“La blockchain, inoltre, fa da supporto agli smart contract, contratti informatici (vincolanti tra le parti come qualsiasi contratto) i cui effetti si producono automaticamente al realizzarsi di una particolare condizione, come l’accertata consegna di un bene o il pagamento di una somma. Sarebbe semplice, per uno sviluppatore di blockchain, programmare, secondo le decisioni dell’assemblea dei soci, non solo gli algoritmi per incrociare domanda e offerta di consegne, ma anche la retribuzione per ciascun ordine evaso e il ristorno a fine anno, con un incastro intelligente di smart contract.”

Qualsiasi sviluppatore gli algoritmi dovrà programmarli anche, se non innanzitutto, in modo che siano conformi a tutte le leggi e regolamenti vigenti. Auguri. Vedi sopra. A parte questo, sulla mistica corrente di blockchain e smart contract ne ho diversi, già espressi per esempio qui e qui. Per dire, siamo sicuri che i contratti veramente intelligenti, almeno in alcuni casi, non siano quelli a fumetti, invece che a blockchain? Insomma, la blockchain non è certo solo fuffa, e un ruolo in questi contesti ce l’ha; ma oggi come oggi ne è talmente ricoperta, di fuffa, che andarci coi piedi di piombo non fa certo male.

Impatti sull’occupazione (ancora) tutelata, ma inutile

“La seconda rivoluzione digitale che la blockchain è sul punto di innescare… potrebbe entrare profondamente nell’organizzazione di moltissimi servizi…”

E allora saranno dolori. Salutari, alla fine, ma grossi. Con milioni di iscritti in più alle cooperative che sostituiranno Foodora, per consegnare pizze a non si sa chi. Perché “entrare profondamente nell’organizzazione di moltissimi servizi”, con qualsiasi combinazione di blockchain o altre tecnologie, va fatto anche sui servizi pubblici, sennò è inutile. Significa cioè quello che dicevo già nel 2010 parlando di Open Government e Open Data: “cancellare molti più posti di lavoro da scrivania… di quanto abbiano mai sognato di fare Brunetta [o chiunque altro]”

Anche perché, come dicono qui, non c’è cooperativa che tenga quando Uber o Foodora che sia, il passo successivo è droni e auto senza conducente.

E di nuovo auguri a chi racconta che chi perderà quei posti di lavoro sarà in grado di “afferrare nuove opportunità in settori emergenti”. In altre parole: di certe tecnologie non si può fare a meno, ma non ci illudiamo che siano “limitabili” a certi settori.

Sullo sfondo, ritorna sempre…

“Un lavoro di qualità, e con proiezione nel futuro, può essere anche freelance.”

Verissimo! Sul serio. Anche se quando lo senti dire come lo dice Toscani pensi seriamente alla clausura, prima per lui e poi per te. Battute a parte, il punto è che certi discorsi funzionano solo come parte di riorganizzazioni molto più larghe. Tipo discorsi sul reddito di cittadinanza, ma SERI.

E a proposito di cooperazione…

Da rogne del genere se ne esce solo tutti insieme. In Italia e altrove c’è un “mondo della cooperazione” enorme, e che su temi come questi potrebbe essere all’avanguardia, e non da ieri. Sarebbe improduttivo non proporgli di cooperare in questo modo, solo perché, su altri temi, non ha alcun “interesse a innovare”. Personalmente, ribadisco che [sono a disposizione](mailto:mfioretti@nexaima.net per continuare la discussione, e lavorare insieme su questi temi.

Aggiornamento, 1 maggio 2018

Ho appena letto una bella e dettagliata risposta di Simone Caroli a questo post. Leggetela anche voi. Personalmente, potrei commentare punto per punto, ma quasi tutto quello che scriverei sarebbe, in sostanza, ripetizioni o variazioni di questi tre punti:

  • confermo disponibilità e interesse sia per una birra insieme che per lavorare seriamente su questi temi. Più siamo e meglio è
  • rileggendo a mente fredda questo mio post a fianco della risposta di Simone, mi rendo conto che questi paragrafi sono uscito più pessimisti e polemici di quanto siano, in generale, le mie idee e proposte su questo tema (ma lo avevo detto subito che avevo scritto di getto, senza pensarci troppo nè rileggere). Per dire, io più che le cooperative in quanto tali “demonizzo” (e nemmeno quello è 100% corretto) certi modi di modernizzarle, o priorità nel farlo. In realtà, in generale sono più vicino alle posizioni di Simone di quanto potrebbe sembrare qui, soprattutto sulle potenzialità di certe strutture e iniziative, anche se per natura sono più pessimista. Come dicevo, parliamone.
  • c’è una cosa che invece non ho affatto detto nella prima versione di questo post, ma dopo quella replica va messa in piena luce: sono convinto che una parte non trascurabile della colpa, se certe cose andranno male, non sarà certo di chi deve o vuole lavorare, o delle cooperative. Ma sarà di tutti quegli “specialisti” talmente “innamorati” prima di software libero, poi di blockchain, IoT, Smart Cities… ma solo di cose del genere, da essere convinti che bastino. O come minimo da non accorgersi, in assoluta buona fede, che non solo non bastano, ma non sono nemmeno le più urgenti

Tipo quelli, per limitarmi a un solo esempio in tema con la Festa dei Lavoratori, che avevo in mente quando ho scritto “Leopolda, CGIL o Linux Day? Bella domanda, anzi tragica”. Come dicevo, cominciamo a lavorarci insieme seriamente, a sfruttare il potenziale di digitalizzazione e piattaforme, partendo dai problemi veri.