C’è ancora tanta gente, in Italia e all’estero, convinta che “Uber, così come Airbnb, sono i classici esempi da manuale di Sharing Economy” perché, fra le altre cose, “lo sosterrebbero Forbes, l’Economist , Wired…”. Ma chiamare cose come Uber e Airnbnb “sharing economy” è e rimane un’assurdità. Anzi, una prova di ignoranza dell’Italiano e/o dell’Inglese.

Uber, Airbnb eccetera: sharing economy un accidente /img/uber-why-strike.png

Sharing significa condivisione. Sharing è quando io condivido con te qualcosa di mio che sul momento non mi serve, o qualcosa che avrei fatto comunque (tipo darti un passaggio per Milano, quando io sto già andando a Milano), non certo quando porto altri a pagamento dove solo loro devono andare, non io, magari con la macchina che ho comprato apposta per far quello. Cioè quando faccio il tassista freelance a tempo pieno, senza contratto.

Di quanto siano assurdi certi discorsi che sento fare intorno a Uber ho già scritto. Quanto a dire che bisogna chiamarlo “sharing economy” perché lo farebbero Forbes, Economist, Wired eccetera, tempo e voglia di rispiegare tutto da zero includendo anche tutte quelle parti non ne ho davvero, quindi ne prendo solo una. “The rise of the sharing economy”, Economist 2013, attacca effettivamente con:

“Since [Airbnb] launch in 2008 more than 4m people have used it—2.5m of them in 2012 alone. It is the most prominent example of a huge new “sharing economy”, in which people rent beds, cars, boats and other assets directly from each other, co-ordinated via the internet.”

Sharing economy sarebbe quindi “quando degli individui affittano letti, auto, barche e altri beni direttamente l’uno dall’altro, coordinandosi via Internet”.

Ma questa definizione, primo non tiene conto che Airbnb del 2008 era cosa completamente diversa da quel che è diventato oggi. Allora era condivisione del divano in salotto o della camera da letto dei figli momentaneamente fuori per l’Erasmus o l’InterRail, oggi è sempre più un modo per chi possiede una o decine di case extra di affittarle eludendo le leggi (e tasse) ed eventualmente stravolgendo il mercato degli affitti ai residenti.

Ma soprattutto, quella definizione è cretina e fuorviante a prescindere. Perchè si applica pure a Paris Hilton che decidesse di gestire un intero hotel della sua catena familiare affittando stanze direttamente via Internet, pur continuando a pagare un esercito di facchini, gente delle pulizie eccetera.

Ma d’altra parte è lo stesso articolo dell’Economist che, qualche paragrafo più sotto, scrive:

“Such “collaborative consumption” is a good thing for several reasons. Owners make money from underused assets… For sociable souls, meeting new people by staying in their homes is part of the charm.”

cioè, e qui sta il trucco: “questo consumo collaborativo è cosa buona per diverse ragioni. I proprietari fanno soldi da beni sottoutilizzati… Per le persone socievoli, incontrare gente nuova soggiornando nelle loro case è parte del fascino della cosa”

SOTTOUTILIZZATI. OK? Gestire un motel o un B&B a tempo pieno di straforo non è fare qualche soldo da roba “sottoutilizzata”. Idem, anzi peggio, per Uber, in cui troppa gente c’è cascata, comprandosi la macchina apposta per dar passaggi a tempo pieno. Per la miseria, gli autisti di Uber a New York hanno “scioperato”. E gli scioperi si fanno contro un qualche “padrone di fatto” da cui dipende il tuo reddito; non certo contro chi vorrebbe dormire sul tuo divano, o avere un passaggio mentre vai al mare, ma non vuole pagarti abbastanza.

Tutto questo, sia chiaro, non c’entra niente con il fatto che Uber, Airbnb e affini siano cosa buona o cattiva. Quello è un discorso completamente diverso (io, per esempio, penso che Uber sia, se non cosa buona, almeno un male necessario che tassisti e “sistema taxi” in Italia e nel mondo si sono strameritati, perchè non volevano migliorare). E di sicuro ci sarà ancora tanta gente che ancora “condivide” su Airbnb o Uber solo per rientrare delle rate del divano o delle spese di benzina.

Ma chiamare “Sharing Economy” Uber, Airbnb e qualsiasi altra cosa del genere, o chiamare aziende o servizi come quelli “classici esempi da manuale di Sharing Economy” rimane un’assurdità. Prima smettete di farlo, e iniziate a ridere in faccia a chi ancora insiste, meglio è per tutti.

Fonti immagini: LAWeekly e Vos Ix Neias