Pesaro, Microsoft e OpenOffice: prima rifacciamo il punto... /img/pesaro-retrocessione.png

Il Comune di Pesaro è al centro di parecchie polemiche perché negli ultimi cinque anni ha cambiato due volte, in maniera radicale, una parte importante della sua infrastruttura informatica. Entrambi quei cambiamenti portano a conseguenze e domande, sia per chi li critica che per Pesaro, di cui ancora si è parlato poco o niente. Per spiegarli, però, bisogna prima ricapitolare cos’è successo.

La prima mossa, fra 2010 e 2011, fu il passaggio (di cui, curiosamente, NON ho trovato annunci ancora online. Voi?) di 504 dipendenti da Microsoft Office alla suite da ufficio Open Source OpenOffice. La seconda, partita a novembre 2014, è stata una solenne marcia indietro: scusate, abbiamo sbagliato, passiamo all’ultimissimo prodotto di Microsoft, cioè Office 365, per fare meglio tante cose in tanti modi, anche in gruppo e via Internet.

Le polemiche oggi sono sia sulle motivazioni funzionali del dietrofront, che qualcuno ha sintetizzato con “dicono la prima che gli viene”  sia da quelle economiche, pubblicate solo sei/sette mesi dopo la decisione, attraverso un rapporto commissionato da Microsoft. Da quel rapporto, e dai tanti altri articoli elencati a fondo pagina si evince che:

Primo, gli effettivi costi di formazione a OpenOffice sostenuti nel 2011 furono uguali a quelli massimi previsti per la formazione a Office 365. Il che, scherzando, si potrebbe anche prendere come conferma ufficiale da parte di Microsoft che passare a Open o LibreOffice costa, di formazione, non più che cambiare versione di MS Office. Ma ne riparleremo.

Secondo, la migrazione a OpenOffice fu studiata male, avviata peggio e finita mai: sia per la formazione, sia per certe scoperte dell’acqua calda, ma solo dopo l’avvio dei lavori, anzichè in fase di fattibilità. Nel primo caso, si parla di “semplice presentazione di Open Source e OpenOffice a fine 2010, altro breve corso verso la fine del 2011”. Per il resto, si scoprì solo dopo esser partiti che il Comune di Pesaro, come il 90% delle PA italiane e altre grandi organizzazioni, lottava contro il software e contro sè stesso, perché:

  • usa(va) malissimo le suite da ufficio: caterve di documenti formattati coi piedi, di macro di discutibile necessità e di fogli elettronici o file Access utilizzati a sproposito, come database dei poveri
  • usava suite da ufficio, ma incastrate con altri software fatti su misura solo per incastrarsi con prodotti Microsoft
  • se dalla carriola passi al camion ma per spostarlo lo spingi, vai più lento di prima. Cioè se cambi solo il software ma lo usi per le stesse identiche procedure, magari già obsolete dieci anni fa, cambia poco (usualmente, in peggio)

Terzo, qui stiamo confrontando le mele non con le pere, ma con la macedonia di frutta, consegnata a domicilio. Office 365 fa molto di più di OpenOffice o Libre Office e questo va tenuto in considerazione. Fermo restando che se puoi o vuoi continuare a mangiare solo mele è inutile che compri la macedonia.

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Quarto, i costi e le loro ricadute. I soldi spesi (male) per OpenOffice sono almeno rimasti, presumo, in buona parte in Italia, cioè su Fisco e posti di lavoro italiani. Microsoft, invece, ha partner locali ma fattura in Irlanda (e non da ieri)). Ma di quanti soldi parliamo? Pesaro ha cambiato rotta perché, spiega il rapporto già citato, OpenOffice costava 530 Euro a impiegato l’anno su cinque anni, mentre Office 365 dovrebbe costarne soltanto 197, che poi scendono a 112 se si considerano i risparmi su spese telefoniche, di missione e altre voci, pari a 85 Euro.

530 contro 112. Non c’è partita, no? No, se la partita da giocare è questa, ma una cosa alla volta. Prima bisogna dire che:

  • il rapporto non considera eventuali aumenti dei prezzi Microsoft. OK, tanto anche fornitori Open Source aumenterebbero i prezzi, in cinque anni. Purchè chi compra si ricordi che gli aumenti che può permettersi un monopolista non sono certo quelli di chi ha molte più probabilità di vedersi soffiare le commesse
  • 530 Euro contro 112 vengono solo se davvero il tempo perso a “lottare col software” come sopra è quello nei “costi di operatività” di tabella 3 e 5 e cioè quasi TRECENTOOTTANTA (191250504) Euro per OpenOffice, e ZERO per Office 365. Ma se è così quei due numeri sono entrambi “disonesti”, in modi diversi. Un software che in CINQUE anni non ti fa perdere nemmeno un Euro per quei motivi è il Genio della Lampada, non un prodotto di questa terra.
  • Quanto a OpenOffice… che gli impiegati del Comune di Pesaro abbiano davvero sprecato 380 Euro l’anno per quei problemi ci credo senza problemi, ma rileggeteveli. Beati quelli che pur non avendo visto (tramite un qualsiasi cambio di suite da ufficio), crederanno che il software va usato come si deve,  dopo aver sistemato teste e regolamenti. Quelli sono quasi tutti problemi che OpenOffice ha solo fatto venire alla luce, causati da resistenza al cambiamento o incompetenze varie. Sono ben poco colpe di OpenOffice, senza con questo negare i suoi limiti. Soprattutto, a parità di personale e dirigenza, è dura credere che spariranno solo cambiando software.

Oltre a questo, scalare dal costo di Office 365 anche gli 85 Euro per risparmi in telefonate eccetera secondo me ci sta eccome: mele contro macedonia, ricordate? Però ci sta solo se, subito dopo, si aggiunge il costo di trasporto della macedonia, cioè le maggiori spese per hardware e connettività, almeno queste ultime inevitabili per lavorare tutti via Internet come promesso. A quanto ammontano?

Domanda finale (per ora)

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Infine, c’è una cosa che non ho capito, quindi grazie in anticipo per le spiegazioni: qui  c’è scritto che (grassetti miei):

la spesa per utilizzare OpenOffice dal 2010 al 2014 è stata di 300mila euro [di cui ben] 210mila stimati così… Nei quattro anni presi in esame [il] passaggio da un sistema all’altro si è rivelato molto dispendioso in termini di tempo, tra conversioni di file, riscrittura di macro, e tanto altro ancora, [sprecando in totale, per questi motivi, un giorno a persona coinvolta ogni anno, per 350 persone].

Da questa stima, e prendendo come costo medio di una giornata di lavoro 150 Euro (personalmente, nulla da ridire su entrambe le ipotesi!) viene fuori appunto 350*4*150 = 210mila Euro. Però, a me era venuto spontaneo concludere, sia dalla definizione che dalla spiegazione fornita (“nei quattro anni…), che “spesa per utilizzare OpenOffice dal 2010 al 2014” fosse la traduzione in italiano di quelle che la tabella 3 del rapporto chiama **“costi operatività utenti finali”, **ricorrenti ogni anno. Mentre invece l’unico “210mila” che si trova in quel documento è il “costo INIZIALE di conversione dei file” di tabella 2, che in tabella 3 sta già in un’altra riga, quella chiamata “quota annuale dei costi una tantum per la migrazione” (se dividi per 5 il totale di tabella 2, che include 210mila Euro, viene appunto 3133075 = 62661). Cioè se la stessa cosa non è stata aggiunta due volte, ma calcolandola in duemodi diversi, cos’altro sono, esattamente, i “costi operatività utenti finali”, visto che sono il triplo degli altri? Grazie

Fine del primo tempo

Prima, i CREDITS: l’immagine di apertura è tratta da “Pesaro, 3 maggio 2015 - Retrocessione. La seconda del nuovo secolo”. Ogni riferimento è deliberato e voluto.

Poi, come abbiamo visto, i costi e dati forniti finora vanno spiegati meglio e usati con giudizio. Grazie in anticipo per qualsiasi commento e spiegazione. Per me, comunque, sia il rapporto che tutti gli articoli citati qui confermano che entrambe le migrazioni portano a conseguenze e domande, sia per chi li critica che per Pesaro, di cui ancora si è parlato poco o niente. Ma quello è un altro post. Ci rivediamo domani.

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