Cos'è più importante, l'alfabeto o la penna?

 

 NOTA: questo articolo, pubblicato online solo a marzo 2009, è stato scritto a luglio 2007 come contributo a “Il software per l’informatica nella Pubblica Amministrazione: libero o proprietario?” un progetto di libro e DVD lanciato da Arturo Di Corinto

Premessa

In tutti i paesi industrializzati, diritti civili e qualità della vita dipendono già in misura non trascurabile da quale software è usato e come intorno a ogni cittadino, inclusi quelli che non hanno un proprio computer. Non c’è quindi dubbio che le norme per l’uso del software, almeno nelle Pubbliche Amministrazioni (PA), debbano ispirarsi anche a ragioni etiche.

Esistono certo situazioni in cui solo il Software Libero, nel senso definito dalla Free Software Foundation, è raccomandabile in scuole e Amministrazioni pubbliche o nei corsi di formazione (a partire da quelli del Fondo Sociale Europeo e da quelli per la Patente Europea del Computer) finanziati anche parzialmente con fondi pubblici. I due casi più importanti sono l’insegnamento della programmazione o delle nozioni di base dell’informatica per studio e lavoro (videoscrittura, calcolo con fogli elettronici e creazione di presentazioni, uso della posta elettronica e di Internet) e la sicurezza nazionale. Soltanto del codice sorgente che è continuamente sotto gli occhi di tutti ed è completamente adattabile senza limitazioni, imposte magari da aziende private nazionali o straniere, è accettabile in server militari, sistemi di sicurezza per reti governative e simili.

Nella maggior parte degli altri casi si può arrivare ad un uso più libero dei computer con minor sforzo, e forse anche più rapidamente, se si analizza cosa crea veramente problemi e cosa è già disponibile per risolvere o almeno iniziare a risolvere quei problemi.

I formati dei file sono alfabeti

La generale immaturità dell’industria del software e l’ancora scarsa o inesistente preparazione di base dei non tecnici (inclusi molti politici) non hanno ancora permesso alla società di metabolizzare alcuni concetti fondamentali, o meglio la loro validità anche nel campo dell’informatica e della cultura digitalizzata.

Le penne sono inutili se non c’è niente da scrivere. Allo stesso modo, quasi tutti i programmi software sono assolutamente inutili senza dati da elaborare, conservare e visualizzare, qualsiasi sia la loro natura: filmati, romanzi, proposte di legge, sentenze di tribunali, progetti di ponti, canzoni, contratti. I computer portano realmente a un progresso solo se lasciano i dati liberi, cioè solo se questi ultimi rimangono completamente disponibili, in maniera trasparente per l’utente finale, anche quando si cambia programma. In particolare, i documenti prodotti dalle PA appartengono a tutti i cittadini, quindi devono nascere e rimanere sempre completamente utilizzabili.

È proprio perché questo oggi ancora non avviene tutte le volte che sarebbe necessario che il software, o meglio i metodi con cui è sviluppato e distribuito, sono un problema tanto critico da sollevare tutti i giustissimi dubbi espressi negli altri contributi di questo libro.

Il formato di un file è l’insieme di regole che specificano senza omissioni o ambiguità il significato e la composizione di ogni gruppo di bit ammissibile all’interno di quel tipo di file. Ebbene, l’informatica ci ha investito talmente in fretta che non abbiamo ancora realizzato che spesso la cosa più importante, almeno per legislatori e PA, sono proprio i formati dei file, non lo status legale e commerciale del software con cui vengono creati o usati.

La nostra ignoranza è tale da farci sembrare espressioni come “ti ho spedito una relazione Word” normali e sensate. Ma cosa avverrebbe se ci comportassimo allo stesso modo con i documenti cartacei? Chi avrebbe il coraggio di dire “questa è una relazione Bic” oppure “questo modulo può essere firmato solo con una Mont Blanc, o letto soltanto con gli stessi occhiali Ray-Ban di chi lo ha scritto”? Quando si commissiona l’acquisto di manuali o la pubblicazione di una relazione ufficiale, qualcuno si prende forse la briga di specificare la marca delle apparecchiature con cui quei testi devono essere stampati?

Se possiamo leggere senza ostacoli sia libri e riviste appena usciti sia edizioni originali di secoli fa, senza preoccuparci assolutamente delle loro modalità di stampa o delle penne con cui erano state corrette le bozze, non è certo perché i torchi da stampa, le presse per la carta o le penne dei correttori erano o non erano utilizzabili con licenza GPL. Non è nemmeno perché eventuali brevetti su quegli strumenti, se già esistevano all’epoca della creazione dei documenti, sono scaduti da un pezzo.

Se possiamo ancora leggere documenti creati con strumenti ormai scomparsi o comunque obsoleti è solo perché l’unica parte di tutti quegli strumenti che conta davvero e che rimane, cioè le informazioni conservate nei documenti che hanno prodotto, erano fin dall’inizio e rimarranno utilizzabili anche senza possedere strumenti dello stesso tipo e marca di quelli usati dagli autori. È perché il loro formato, cioè l’alfabeto:

  • era largamente indipendente dal supporto fisico: le stesse lettere si possono scrivere su pietra, cera, pergamena, tela…

  • non apparteneva a una sola azienda

  • era completamente e pubblicamente definito, senza ambiguità

  • poteva essere usato da chiunque senza pagare nulla nè chiedere permessi a nessuno

  • se qualcuno avesse provato a crearne una versione nuova ogni due o tre anni, per qualsiasi ragione, tutti gli avrebbero riso in faccia

è interessante notare come queste caratteristiche, scontate già mille anni fa, siano molto simili a quelle minime di uno standard aperto ridefinite nel 2004 dall’European Interoperability Framework for Pan-European eGovernment Services:

* The standard is adopted and will be maintained by a not-for-profit organization, and its ongoing development occurs on the basis of an open decision-making procedure available to all interested parties (consensus or majority decision etc.).
* The standard has been published and the standard specification document is available either freely or at a nominal charge. It must be permissible to all to copy, distribute and use it for no fee or at a nominal fee.
* The intellectual property – i.e. patents possibly present – of (parts of) the standard is made irrevocably available on a royalty-free basis.
* There are no constraints on the re-use of the standard”

I formati di file non sono intrinsecamente legati ai singoli programmi software da cui vengono creati o letti e nemmeno alla licenza di quei programmi; non più di quanto il disegno di base associato a una lettera dell’alfabeto dipende da come o dove la si scrive, o da eventuali brevetti su penne e stampanti. Se ci fossero mille programmi di videoscrittura profondamente diversi fra loro, con mille licenze diverse (a prescindere dalla loro natura) questo non sarebbe necessariamente un danno purchè ci fossero meno formati possibile (idealmente solo uno per ogni tipo di file) e tutti realmente e ugualmente liberi.

Meno formati esistono per uno stesso tipo di documenti e più si progredisce davvero, sia a livello etico/culturale sia economicamente, verso una società e un mercato veramente liberi. Usare solo il minor numero possibile di formati di questo tipo è un enorme miglioramento anche se si guarda soltanto al presente. È di gran lunga il miglior modo, se non l’unico, di garantire ogni giorno libera concorrenza fra i fornitori di software, massimo risparmio e libertà di scelta per tutti gli utenti, massimo accesso alla cultura e all’educazione. Da questo punto di vista con i computer abbiamo fatto un enorme passo indietro rispetto all’era pre-informatica.

Il medioevo digitale prossimo venturo

Il periodo storico che chiamiamo Alto Medioevo era caratterizzato, fra le altre cose, da una perdita o indisponibilità generalizzata del patrimonio culturale accumulato nei secoli precedenti. Oggi stiamo lasciando accadere la stessa cosa, solo molto più velocemente, proprio grazie a un uso e a uno sviluppo scorretti del software. Il problema è stato aggravato dal fatto che ormai anche tutte le opere creative, dalle proposte di legge all’ultima canzonetta, sono create, conservate e distribuite con tecnologie digitali e software. Anche da parte dell’industria dell’intrattenimento esistono quindi enormi pressioni che ostacolano il passaggio a un’uso più corretto del software. Per ragioni di spazio non ne parleremo in questa sede, ma questo lato del problema va comunque tenuto presente nell’individuazione e nell’applicazione delle soluzioni.

In una società come quella moderna, che dipende ogni giorno di più a tutti i livelli dalla disponibilità delle informazioni digitalizzate, i rischi causati dall’intrappolare queste informazioni in formati non aperti (anche quando non ci sono problemi di licenza, brevetti, costi e simili che limitano l’uso degli strumenti) sono notevoli. Tali rischi, inoltre, non sono affatto teorici, abbiamo già iniziato a scontarne le conseguenze nei campi più disparati.

I risultati delle analisi fatte dalla sonda Viking su Marte nel 1976 erano già quasi persi nel 2003 proprio perchè il formato di quei dati era sconosciuto. Gli scienziati furono costretti ad assumere degli studenti per fargli ricopiare nel computer le copie cartacee delle varie misurazioni.

Molti formati di file grafici, a partire dal popolare Jpeg con cui si conservano le fotografie digitali e miliardi di altre immagini, si degradano leggermente ogni volta che li modifichiamo in qualsiasi maniera o li convertiamo ad altri formati. Convertire periodicamente file grafici è stato definito intelligente come “conservare un Picasso ridipingendolo ogni pochi anni”, ma quanti privati e pubbliche istituzioni sono già nella stessa situazione della BBC, che si è appena resa conto che molte immagini presenti nella sua galleria digitale sono già incomprensibili?

Miliardi di progetti d’ingegneria privati e pubblici, dai tavolini da caffè a strade e ponti sono nel formato Dwg di Autocad che è completamente utilizzabile solo con il software prodotto da quell’azienda. Altri progetti, come i diagrammi in formato elettronico di varie apparecchiature della portaerei nucleare Nimitz sono già incompatibili con i programmi correnti.

Anche limitandosi ai testi, gli archivi pubblici e privati di tutte le nazioni e aziende del mondo sono ancora costretti a produrre e conservare tonnellate di carta con costi enormi proprio perchè non esistono ancora sistemi di conservazione a lungo termine dei documenti digitali che diano sufficienti garanzie di disponibilità dei documenti stessi. È di luglio 2007 la notizia che gli Archivi Nazionali inglesi hanno più di 580 Terabyte (1 Terabyte è 1000 GByte!!!) di documenti imprigionati in “vecchi formati di file non più disponibili commercialmente”.

In tutti questi casi la vera ragione del problema è sempre la stessa: ignorare che il passaggio alla rappresentazione digitale delle informazioni ribalta le regole del gioco. Conservare e scambiare su carta le informazioni in un mondo non digitale significa innanzitutto, se non esclusivamente, garantire nel tempo e nello spazio l’integrità fisica dei relativi supporti o creare più copie fisiche degli stessi: libri, giornali, fotocopie, quadri, fotografie e via dicendo. A meno di problemi di vista, chiunque ritrovasse documenti di quel genere intatti fra cinquemila anni (o li ricevesse in ufficio per posta fra una settimana) potrebbe utilizzarli immediatamente senza macchinari di sorta, se conoscesse la lingua. Nulla potrebbe indicare allo scopritore quale marca di stampante o penna era stata usata, nè questi avrebbe alcun bisogno di saperlo.

Conservare e scambiare informazioni digitali nella maniera giusta, invece, significa non curarsi affatto del supporto fisico, o farlo solo in un secondo momento: solo dopo, cioè, che è stato garantito nel tempo o per tutti i possibili destinatari delle informazioni qualcosa di intangibile, cioè l’intelligibilità delle sequenze di bit che rappresentano le informazioni stesse. Ma questo equivale esattamente a dire che il formato dei file deve essere completamente aperto.

Superato questo ostacolo, per conservare le informazioni nel tempo o renderle accessibili a chiunque ne abbia bisogno basta fare più copie di quelle sequenze di bit su qualsiasi oggetto capace di contenerle (dischi rigidi, memorie per macchine fotografiche digitali, Dvd, chiavette USB, server remoti via Internet), controllare periodicamente che tutte quelle copie siano ancora integre e farne altre copie se necessario. Tutte procedure largamente automatizzabili, dai costi infinitamente inferiori a quelli di un archivio di carta e microfilm. Chiunque avrà bisogno di quelle informazioni potrà in ogni momento accedervi direttamente con qualsiasi software (libero o proprietario è irrilevante) proprio perchè esse saranno in un formato immediatamente accessibile senza restrizioni.

Come salvare PA, aziende e cittadini dal medioevo digitale

Risolvere nel modo giusto il problema dei formati, cioè passare prima possibile a documenti e servizi digitali sicuramente utilizzabili con qualsiasi programma software permetterebbe alle PA di risparmiare tempo e denaro, di collaborare molto più efficacemente fra loro o con terze parti e di mantenere effettivamente i documenti digitali pubblici sempre disponibili. I benefici all’esterno delle PA sarebbero ancora più grandi. Permettere a tutti i cittadini e le aziende di avere rapporti con le PA tramite file in formati veramente aperti creerebbe finalmente un circolo virtuoso che permetterebbe a tutti di comprare, aggiornare e usare solo il software che vogliono, solo quando vogliono, scegliendo fra più fornitori. Oppure di sviluppare nuovo software per lavoro in condizioni di vera e leale concorrenza.

Nell’ambito delle PA molti servizi si possono offrire via software in maniera immune ai pericoli appena descritti semplicemente ricorrendo il più spesso possibile ad architetture client-server. In ambienti di questo tipo tutti i dati risiedono su pochi server centrali e gli utenti (dipendenti o cittadini) creano o visualizzano quei dati connettendosi ai server con qualsiasi normale browser per la navigazione su Internet. Se i dati sono conservati sul server in un formato completamente documentato e non proprietario, cioè sicuramente utilizzabile con altri server, e le pagine HTML generate dallo stesso server sono completamente leggibili con qualsiasi browser, non si corrono rischi.

In moltissimi altri casi però si devono pubblicare o scambiare con entità esterne alla PA testi, presentazioni o fogli elettronici che devono rimanere modificabili. Il rischio del Medioevo Digitale esiste in qualsiasi campo dell’informatica, ma quello dei documenti da ufficio appena menzionati è il caso più frequente e di gran lunga più grave. È infatti a questa categoria che appartengono la stragrande maggioranza dei documenti creati dalle PA o scambiati con esse, quindi è tramite i formati scelti per questi tipi di file che le PA esercitano il maggior influsso sulle abitudini e libertà informatiche di tutta una nazione.

Iniziare a risolvere il problema dei formati proprietari nel campo dei documenti pubblici da ufficio significa quindi agire nel modo più efficace, cioè nel campo in cui (anche perchè la soluzione già esiste) è possibile ottenere i maggiori risultati e avviare con il minimo sforzo il circolo virtuoso menzionato nei paragrafi precedenti. La strategia suggerita per i documenti da ufficio è comunque applicabile a qualsiasi altro campo dell’informatica.

Fino a oggi i documenti da ufficio nelle PA sono stati quasi sempre creati e distribuiti nei formati di Microsoft Office, che in generale rimangono inalterati e completamente utilizzabili soltanto se si usano le versioni giuste di questo programma e sono quindi il vero motivo che mantiene in vita un monopolio economico, tecnico e culturale di fatto, inattaccabile da qualsiasi causa legale. Fortunatamente da qualche anno esiste un’alternativa praticabile, cioè un formato alternativo per i file da ufficio stabile, sufficientemente avanzato, formalmente riconosciuto ai massimi livelli internazionali ed effettivamente utilizzabile con diversi programmi software, sia proprietari sia liberi. Si tratta dello standard ISO 26300, normalmente noto come OpenDocument Format (ODF).

OpenDocument in Italia e nel mondo

In Italia esistono già diversi casi di PA locali che richiedono esplicitamente l’uso (se non specificamente di OpenDocument) di formati digitali non proprietari per i documenti da ufficio. Emilia Romagna e Toscana, per esempio, promuovono l’interoperabilita attraverso formati e protocolli non proprietari proprio per garantire ai cittadini la massima libertà d’accesso a informazioni pubbliche. A maggio 2007 il comune di Arezzo ha adottato OpenDocument come formato ufficiale a partire dal 30 giugno 2008 con obbligo di acquistare soltanto programmi software che lo supportino.

A livello europeo, a partire da settembre 2007 tutti i dipartimenti del governo federale Belga dovranno essere in grado di leggere file OpenDocument, che potrebbe diventare dall’anno successivo l’unico formato accettabile per scambio di documenti fra i vari uffici, oppure fra cittadini e PA. La posizione Belga è simile a quelle annunciate da vari organismi dei governi Danese, Norvegese e Francese. Queste iniziative nazionali sono in armonia, fra l’altro, con le raccomandazioni del dipartimento IDABC (Interoperable Delivery of European eGovernment Services to public Administrations, Business and Citizens) dell’Unione Europea, che già nel 2005 dichiarava che avrebbe potuto raccomandare OpenDocument agli stati membri appena ratificato dall’ISO, poiché già soddisfaceva tutti gli altri requisiti EU sugli standard aperti.

Negli Stati Uniti, dopo l’esempio del Massachusetts anche California, Minnesota e Texas hanno iniziato a discutere varie proposte di legge per garantire tramite OpenDocument l’indipendenza delle PA da qualsiasi singolo fornitore e mantenere i documenti pubblici pienamente disponibili sia nel futuro sia oggi, qualunque software si usi.

In Asia, mentre il governo di Hong Kong, il segretario del Ministero per l’Information Technology indiano e il ministero per l’informatica e telecomunicazioni della Corea del Sud esprimevano il loro interesse per OpenDocument e ne caldeggiavano o imponevano l’uso, la Cina sviluppava un suo Universal Office Format (UOF) in concorrenza a OpenDocument e un software per la conversione dei file fra i due. Anche se discutibile (perchè continuare a creare nuovi formati per lo stesso problema, invece di migliorare quelli esistenti?) quest’ultimo annuncio conferma l’enorme importanza che il problema dei formati per documenti da ufficio sta assumendo sulla scena economica (e politica) mondiale.

Trappole e limiti di OpenDocument

OpenDocument è un enorme passo avanti (per non dire l’unico praticamente possibile) nella direzione giusta, ma non è certo la soluzione di tutti i mali informatici delle PA italiane, o della società in generale. Innanzitutto, convertire senza alcun errore o perdita d’informazione tutti i milioni di documenti pubblici già imprigionati nei formati di Microsoft Office è ancora impossibile, almeno automaticamente. Questo è in effetti una prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che momento siamo già in una situazione assai grave e che è indispensabile uscirne prima possibile per limitare i danni. Continuare a delegare la gestione degli alfabeti digitali a una o più compagnie private o permettere che questi alfabeti cambino troppo rapidamente non è più ammissibile.

Per quanto riguarda produzione, archiviazione e scambio di nuovi documenti fra e con le PA, occorre tener presente che OpenDocument è un contenitore di dati. Pur essendo libero come la libertà da brevetti o altre limitazioni d’uso è esplicitamente estensibile e utilizzabile in molte maniere diverse che non devono affatto essere disponibili alle stesse condizioni dello standard vero e proprio. Macro, firme digitali, database integrati nei file sono tutti esempi di componenti informatici proprietari inseribili già oggi in un file OpenDocument senza violare minimamente la specifica ISO26300 che ne definisce formalmente la struttura.

In altre parole, imporre dove rilevante l’etichetta “100% compatibile con OpenDocument” per i software utilizzabili nelle PA rimane un atto necessario e irrimandabile, ma non sarebbe affatto sufficiente a garantire che un documento salvato in questo formato sarà ancora completamente leggibile con qualsiasi software oggi o fra vent’anni.

Un file OpenDocument pieno di oggetti binari protetti da brevetti o licenze sarebbe comunque perfettamente inutile dal punto di vista culturale, economico e politico per garantire la disponibilità delle informazioni nel lungo periodo, la proprietà pubblica dei documenti pubblici o un mercato del software davvero libero.

Un problema di questo tipo non si può risolvere modificando lo standard. Sarebbe davvero inefficiente, anche ammettendo che fosse giusto, includere specifiche di natura legale all’interno di specifiche che devono rimanere puramente tecniche. Una soluzione di diversa natura è proposta nella parte finale di questo articolo.

Nel frattempo OpenDocument rimane senz’altro la miglior soluzione esistente per far uscire i documenti da ufficio dal Medioevo Digitale: la più semplice, affidabile e realmente supportabile da qualsiasi software con il minor sforzo possibile, almeno per quanto riguarda la creazione di nuovi documenti.

Ecma 376 non è la soluzione

Per contrastare l’avanzata di OpenDocument Microsoft ha proposto per la standardizzazione ISO un suo formato chiamato ECMA 376, che potrebbe essere quello usato da Microsoft Office 2007 (Open XML) o un suo sottoinsieme. ECMA 376 è stato pubblicato con una licenza che, presa alla lettera, sembra garantire il diritto di realizzarlo soltanto a Microsoft. Anche ignorando eventuali ostacoli legali, aggiungere supporto completo per ECMA376 a programmi software diversi da Microsoft Office è possibile soltanto con sforzi enormi: secondo diversi esperti ECMA 376/Open XML è molto peggio di OpenDocument sia per quanto riguarda la reale possibilità di usarlo in programmi diversi da Microsoft Office sia per l’uso ridondante o comunque improprio di altri standard proprietari e non.

Ognuno di questi problemi potrebbe bastare da solo a rendere ECMA 376 improponibile come standard realmente aperto per nuovi documenti pubblici, anche se ottenesse la ratifica ISO. Si potrebbe accettare di sopportarne questi costi e limitazioni solo se ECMA 376 in quanto tale avesse davvero anche funzioni talmente utili, necessarie e realmente utilizzabili con qualsiasi software da non poterne assolutamente fare a meno o almeno garantire enormi risparmi di denaro pubblico.

Invece lo stato e le possibilità di spesa delle P.A. italiane (o, se è per questo, della maggioranza delle nazioni), i loro reali bisogni e doveri verso i cittadini, la loro capacità nel breve e medio termine di assorbire e usare correttamente tecnologie troppo sofisticate: tutti questi fattori oggettivi impongono di adottare prima possibile per tutti i nuovi documenti unicamente il formato più semplice ed effettivamente aperto, da subito, alla libera concorrenza; quello supportabile al minimo costo possibile, anche da aziende e Università di qualsiasi dimensione, nazionali o no.

L’ultimo motivo per non usare ECMA 376 o qualsiasi altro formato di documenti di fatto legato a un solo fornitore, indipendentemente dalla sua promozione a standard ISO, è davvero di fondo, etico e culturale, cioè un’esigenza politica nel senso più ampio del termine, quello giusto. Ora che c’è OpenDocument, che senso ha continuare a creare documenti con più alfabeti? Se c’è stato vero progresso negli ultimi secoli è proprio perchè mentre si passava dalle incisioni su tavolette cerate, alla penna d’oca, al torchio da stampa, alla macchina da scrivere e al fax, gli alfabeti sono cambiati poco o niente, quindi ogni generazione ha potuto servirsi senza sprecare tempo e soldi di quanto già esisteva.

Diverso è il caso della conservazione di file che già esistono negli archivi digitali delle P.A., intendendo con questo termine tutti gli archivi, dalle banche dati centrali al computer dell’ultima scuola pubblica o ufficio comunale: quei file che non devono più essere periodicamente aggiornati o redistribuiti, ma soltanto rimanere a disposizione completamente leggibili nell’eventualità che qualcuno, in futuro, volesse controllarne il contenuto. In queste situazioni ECMA 376 potrebbe essere la scelta più efficace ed economica per minimizzare i danni, cioè per garantire, tramite il formato meno sconosciuto di altri e sviluppato con la massima attenzione a questo tipo di compatibilità, la disponibilità nel lungo periodo dei documenti già esistenti ma non più usati regolarmente.

Standard aperti e accessibilità

Un possibile ostacolo o fonte di confusione, quando si parla di formati aperti e di accesso garantito ai documenti pubblici, è l’attuale posizione di OpenDocument e in generale del software Libero/Open Source relativamente alle esigenze di utenti o dipendenti disabili delle Pubbliche Amministrazioni. La confusione è aumentata dal fatto che accessibilità significa diverse cose, ancora in parziale contrasto fra loro: oggi “accessibile con qualsiasi software” (un diritto di tutti i cittadini!) non è ancora sinonimo di “accessibile da cittadini disabili”.

Al momento attuale, in effetti, la situazione è molto semplice: molti cittadini disabili, a partire dai non vedenti, possono lavorare indipendentemente con un computer, cioè non essere discriminati, soltanto se quel computer utilizza Microsoft Office e altri prodotti comunque disponibili soltanto su sistemi operativi Windows.

Tali piattaforme, per comprensibilissimi interessi economici, non hanno come massima priorità il supportare formati come OpenDocument che lascerebbero a tutti i loro utenti maggiori possibilità di cambiare prodotto. Può quindi sembrare che l’unico modo di proteggere i sacrosanti diritti dei disabili sia continuare tutti quanti a usare, volenti o nolenti, solo una famiglia di software da ufficio e sistemi operativi proprietari: costi quello che costi.

Occorre invece evitare che il diritto al lavoro e l’esercizio attivo della cittadinanza dei cittadini disabili, entrambi irrinunciabili, continuino a tenere in vita certi equivoci o vengano strumentalizzati da chi intende continuare a rifiutare formati di file veramente aperti. Prima di tutto non c’è nessuna ragione o limitazione intrinseca che impedisca di usare un formato aperto come OpenDocument anche con qualsiasi software proprietario. In altre parole, anche se oggi fosse possibile utilizzare OpenDocument solo con un OpenOffice non ancora inutilizzabile da disabili:

  • questo non ha niente a che vedere con OpenDocument, ma è una limitazione di OpenOffice (i formati non sono e non devono più essere intrinsecamente legati ai programmi)

  • si tratterebbe solo di un inconveniente temporaneo, che non richiederebbe affatto una migrazione forzata di massa, immediata e senza ritorno a un solo sistema operativo Open Source

  • tutti i documenti che non devono essere modificati si possono pubblicare in formato PDF o XHTML, rispettando i 22 requisiti di accessibilità della Legge Stanca

  • come già accennato, i servizi online interattivi possono e dovrebbero essere comunque offerti con piattaforme client-server completamente accessibili e multi-piattaforma per mille motivi indipendenti dall’accessibilità o inaccessibilità di OpenDocument

In pratica, anche approvando prima possibile una legge simile a quelle già in discussione in vari stati, che renda OpenDocument l’unico formato modificabile accettabile per l’archiviazione o lo scambio di documenti pubblici da ufficio, sarebbe senz’altro possibile evitare qualsiasi violazione dei diritti dei cittadini o dipendenti disabili. Anche se l’unica piattaforma realmente adatta alle loro esigenze rimanesse Microsoft Windows.

La versione 1.1 di OpenDocument 1.1 è stata sviluppata proprio per rendere questo standard ancora più facilmente utilizzabile dai disabili e qualsiasi file OpenDocument 1.0 è anche un file ODF 1.1 valido e ben formato a livello XML. Esistono già, inoltre, i prototipi di diversi plugin per Microsoft Office che permetteranno a tutti gli utenti finali di leggere e scrivere file Opendocument senza nemmeno accorgersene, se lo desiderano.

I tempi in cui potrà effettivamente avvenire una migrazione di massa a OpenDocument sono quindi più che sufficienti per finanziare con fondi pubblici un miglioramento di quei plugin e/o dell’accessibilità di OpenOffice su Gnu/Linux, se lo si desidera. Il relativo investimento sarebbe minimo, poichè essendo questi sviluppi Open Source essi dovrebbero avvenire una sola volta a livello mondiale e il loro costo potrebbe (e dovrebbe) essere ripartito fra vari governi.

Fatto questo, ogni PA potrebbe scegliere autonomamente se, come e quando:

  • limitarsi a installare automaticamente un plugin OpenDocument su tutti i suoi desktop Microsoft Office/Windows

  • migrare a soluzioni parzialmente o interamente Open Source come OpenOffice su Linux

  • ricorrere ad ambienti misti, in cui il desktop di default è basato per contenere i costi su OpenOffice o StarOffice su Linux e quello di dipendenti disabili rimane Windows/Microsoft Office con plugin OpenDocument.

In tutti questi casi, grazie proprio all’uso comune di OpenDocument e delle soluzioni client-server precedentemente citate, sarebbe possibile minimizzare i costi e non imprigionare i documenti pubblici in formati proprietari senza assolutamente creare problemi ai dipendenti disabili.

Riassumendo, imporre OpenDocument prima possibile per tutti i nuovi documenti creati, archiviati, distribuiti o scambiati con terzi dalle PA non significa affatto affrontare spese o difficoltà tecniche enormi, limitare la libertà o il diritto al lavoro dei cittadini o impedire la libera concorrenza. In realtà avverrebbe tutto il contrario.

Proposte e azioni a livello politico

Porre fine al Medioevo Digitale è un punto che dovrebbe iniziare a far parte del programma di ogni partito, anche perchè la soluzione corretta è una sola, nè di destra o di sinistra: usare e accettare, nelle PA, il minor numero possibile di formati realmente aperti ed effettivamente supportabili da molti programmi software indipendenti. Chiedersi se la necessità di utilizzare un solo alfabeto, cioè un solo formato, per tutti i documenti dello stesso tipo sia di “destra” o di “sinistra” sarebbe come chiedersi se lo sono l’acqua potabile o la buona educazione. È soltanto una questione di buon senso e buon governo: i casi citati nel paragrafo “OpenDocument in Italia e nel mondo” dimostrano come governi di qualsiasi orientamento stiano convergendo verso la stessa soluzione al problema dei formati.

In pratica, occorre guardare non solo gli strumenti utilizzati, ma anche il modo e lo scopo per cui devono essere impiegati. Come accennato all’inizio di questo capitolo, se si riceve una lettera scritta in perfetto Italiano con inchiostro normale, ha sempre senso chiedersi se è stata scritta con una Bic o con una Mont Blanc placcata oro? In un certo senso, risolvere gli indubbi problemi causati dal software proprietario intervenendo soltanto sulle licenze software sarebbe come dire che il software in sè e per sè è più importante dei dati che con esso creiamo e distribuiamo.

Certo, nella PA occorre smettere prima possibile di spendere soldi pubblici per comprare altre Mont Blanc, ma quelle già acquistate non farebbero alcun danno se iniziassero a produrre solo formati (=alfabeti) non proprietari.

Sostituire installazioni già pagate di Microsof Office potrebbe portare a ritardi nell’effettivo passaggio a OpenDocument e ulteriori spese in corsi di aggiornamento del personale (un’altra prova del fatto che il software è ancora magia nera per la maggioranza dei cittadini è il fatto che nessuno parteciperebbe a un corso su “come usare penne di una marca differente” ma non si trova nulla da ridire nel fare la stessa cosa col software, anche quando gli impiegati potrebbero scoprire da sè nel menù del nuovo programma dove sono i pochi pulsanti che effettivamente usano).

Passare prima possibile a OpenOffice o altri suite da ufficio Libere per tutte le nuove installazioni nelle PA, o in alternativa all’acquisto di nuove versioni di Microsoft Office è un’ottima idea. Imporre invece per legge di bandire del tutto, prima possibile, i desktop proprietari dalle PA significherebbe sprecare notevoli energie in lotte feroci a ogni livello, dal Parlamento ai giornali, oltre a non essere forse la soluzione più etica, realistica, economica e rispettosa sia del mercato sia della libertà di ogni persona o azienda. Un passaggio obbligatorio a OpenDocument, d’altra parte, potrebbe essere effettuato anche installando automaticamente durante il weekend un plugin per Microsoft Office in tutti i desktop di un ufficio, senza obbligare nessuno a usare soltanto un tipo di programma software.

Sembra quindi molto più efficace raccomandare di applicare per legge soltanto quattro classi di misure, tutte centrate ovviamente sui formati, più una formativa, di carattere generale.

Formati liberi e soltanto liberi

La prima misura, da applicare a tutti i nuovi documenti da ufficio creati, conservati, ricevuti o distribuiti da qualunque PA Italiana, è simile a quella recentemente proposta dallo Standards Council of Norway: arrivare prima possibile all’utilizzo obbligatorio di PDF/A - ISO 19005-1 per tutti i documenti finiti di cui è necessario conservare l’esatto aspetto che avevano le loro versioni cartacee e di OpenDocument per tutti i nuovi testi, fogli elettronici e presentazioni che:

  • devono rimanere editabili da più utenti

  • anche se hanno raggiunto una versione definitiva, contengono informazioni non visibili su carta ma che devono essere preservate senza perdita alcuna nell’interesse della democrazia, della trasparenza, degli storici, dei cittadini.

Un esempio della seconda categoria potrebbero essere le formule incluse in qualsiasi foglio elettronico: da quelli ufficiali con cui si calcola la ripartizione dei seggi in un’elezione a quelli, molto più frequenti, contenenti preventivi di cui dev’essere possibile verificare rapidamente la correttezza sia prima di firmare il relativo contratto sia dopo, in caso di eventuali controlli.

File in formato HTML o XHTML, purchè pienamente accessibili ai disabili, rimarrebbero ovviamente ammissibili per la pubblicazione online di documenti finiti.

Finanziare lo sviluppo del software che manca

È necessario finanziare, preferibilmente nelle Università italiane, progetti di sviluppo di software Libero, da rilasciare con licenza GPL o simile, per facilitare l’uso di OpenDocument in qualsiasi scenario, dal singolo computer familiare alla gestione automatica di banche dati. In questo contesto i primi progetti da sostenere, potrebbero essere il completamento e la localizzazione dei plugin Open Source già esistenti per Microsoft Office e dei viewer (visori) per OpenDocument, anch’essi già esistenti: questi ultimi sono programmi molto più piccoli e leggeri di OpenOffice o Microsoft Office che permettono a chiunque di leggere file OpenDocument senza installare un’intera suite da ufficio, come avviene con Acrobat Reader nel caso dei file PDF.

Arrivare a un solo standard

A livello internazionale è necessario iniziare a lavorare nei vari organismi preposti (ISO e simili) per valutare la possibilità di far convergere OpenDocument e l’Universal Office Format cinese in un unico standard. È essenziale evitare una competizione fra formati aperti che, soprattutto in un mondo globalizzato in cui un efficace scambio delle informazioni è vitale per il successo delle aziende, avrebbe l’unico risultato di avvantaggiare i formati proprietari.

OpenFile, ovvero neutralizzare i limiti intrinseci dei singoli standard aperti

Sempre a livello internazionale sarebbe opportuno, almeno per quanto riguarda il settore pubblico, smettere di accontentarsi di “passare a OpenDocument” ignorando il fatto che anche in questo formato si potrebbero nascondere in futuro componenti proprietari. È importante iniziare ad agire formalmente per creare, almeno a livello dell’Unione Europea, una sorta di “marchio di garanzia” ufficiale per i file completamente aperti: quelli in cui ogni componente, non solo il formato contenitore, è completamente documentato e liberamente utilizzabile senza alcuna restrizione. Una volta definito questo “marchio di garanzia” diventerebbe possibile renderlo obbligatorio per legge per tutti i nuovi documenti digitali conservati, rilasciati o accettati dalle PA.

Formazione di tutti i dipendenti pubblici

Per liberare prima possibile le PA, o meglio i documenti che appartengono a tutti i cittadini, dal Medioevo Digitale, è opportuno che tutti i dipendenti pubblici (probabilmente a partire dagli insegnanti) acquistino consapevolezza del problema e di come possono contribuire a risolverlo. In questo contesto potrebbe essere utile creare e diffondere fra tutti i dipendenti pubblici un semplice opuscolo, magari soltanto in formato elettronico, di “educazione informatica di base “, contenente nozioni elementari come l’uso corretto della posta elettronica o i motivi per cui è necessario, per ogni dipendente pubblico, non produrre o accettare documenti digitali in formati non aperti.

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